Fuori le chat, anzi no. Nell’inchiesta sui presunti certificati medici falsi «svuota Cpr» la sinistra invoca la «remigrazione» delle guartentigie costituzionali perché forse ha paura della verità dietro le conversazioni via WhatsApp tra alcuni dei medici indagati dalla Procura di Ravenna (sono una ventina in tutta Italia, anche per associazione a delinquere) e due parlamentari di Avs, Francesca Ghirra e Ilaria Cucchi, che parla apertamente di «atto indimidatorio». Dietro la volontà dei medici di disinnescare le espulsioni c’è forse un mandante politico? C’è una manina che ha suggerito loro di impedire i rimpatri violando la deontologia medica per poi poter rimproverare politicamente al governo di non fare abbastanza sul fronte delle espulsioni?
L’opposizione è insorta contro la Procura (facendo infuriare una parte della magistratura) perché quelle conversazioni che rovinano i sogni alle parlamentari di Avs i magistrati le hanno scaricate e «sigillate», violando la sentenza 170 della Consulta del 2023. Che cortocircuito incredibile: la sinistra si ricorda dell’articolo 68 della Costituzione - che difende le prerogative dei parlamentari (ma non solo) sulla messaggistica telefonica equiparata alla corrispondenza - dopo averlo calpestato, pur di cacciare il sottosegretario Andrea Delmastro dal ministero della Giustizia. L’altro giorno la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è vista recapitare una lettera della Ghirra che sembra scritta da un esponente di centrodestra. Perché mentre secondo l’opposizione le chat di Delmastro con il ristoratore Mauro Caroccia suo socio dovevano essere acquisite «per non intralciare le indagini» sul ristorante intestato alla figlia del presunto prestanome del clan Senese, in questo caso acquisire le conversazioni tra il medico è un oltraggio alla Costituzione. «Il nucleo della questione sottoposta alla Camera non attiene, secondo la Ghirra, al merito delle conversazioni né alla loro eventuale rilevanza investigativa «ma alle modalità attraverso le quali comunicazioni intercorse con un membro del Parlamento sarebbero state acquisite dall’autorità giudiziaria e alla compatibilità di tali modalità con le garanzie costituzionali invocate».
Quali? Quelle che il centrodestra ricorda ogni volta che si pone la questione, che siano le conversazioni tra Roberto Scarpinato e l’ex collega pm Gioacchino Natoli (indagato per favoreggiamento della mafia) o quelle tra Sigfrido Ranucci e il grillino pentastellato Dario Carotenuto sui mandanti politici dietro il suo attentato del 16 ottobre 2025.
Quando si intercetta un parlamentare si deve chiedere l’autorizzazione per utilizzare eventualmente le telefonate. Ma quando si tratta di messaggi o mail la questione cambia. Nel conflitto di attribuzione del Parlamento contro la Procura di Firenze nell’inchiesta Open, la Corte Costituzionale ha stabilito che le e-mail e messaggi WhatsApp di Matteo Renzi e di tutti i parlamentari rientrano a tutti gli effetti nella nozione di «corrispondenza» tutelata dal terzo comma dell’articolo 68, l’esigenza di riservatezza permane.
L’acquisizione e il sequestro di messaggi di posta elettronica e chat «per sbaglio» su dispositivi di terzi non possono essere fatte e devono essere cancellate. Come ha fatto la Procura di Milano nella vicenda Mps per le chat con alcuni protagonisti delle scalate bancarie e i deputati Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Vanno distrutte, non «sigillate. Ma se lo dice il centrodestra è un attacco all’indipendenza della magistratura, se lo dice Avs si difende la Costituzione. A pensar male qualcuno sottolinea che l’infettivologo Nicola Cocco, considerato il capo dell’organizzazione, è difeso da Fabio Anselmo, marito della Cucchi. Con quale faccia M5s e Avs invocheranno le garanzie che su Delmastro (e non solo) hanno calpestato?
