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ll Veneto vota, centrodestra diviso. La battaglia di Zaia: “Un atto di civiltà”

La piazza del Consiglio regionale divisa tra i fronti “pro life” e i sostenitori dell’associazione Luca Coscioni. Oggi si decide. Alla seduta presente anche il governatore Stefani: “Il diritto non è negoziabile”. E punta tutto sulle cure

Un gruppo di attivisti del comitato Pro Vita & Famiglia Veneto mentre manifestano in via XXII Marzo, nei pressi di palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio Regionale del Veneto, dove oggi si voter� per la legge regionale sul fine vita, Venezia 1 settembre 2026. ANSA/ANDREA MEROLA

Il voto del Veneto sul fine vita è un banco di prova nazionale. Perché quello che è accaduto a Venezia ha riguardato il centrodestra, la sua capacità di tenere insieme posizioni diverse e, soprattutto, un Parlamento che da anni non riesce a mettere la parola fine a una questione che continua a tornare davanti alle Regioni. Il voto, che era previsto ieri, alla fine è slittato a oggi.

Fuori da Palazzo Ferro Fini si sono schierati i due fronti della battaglia. I militanti di Pro Vita hanno manifestato con cartelli, denunciando il rischio di presentare come cura ciò che, secondo loro, cura non è. Dall’altra parte gli attivisti dell’Associazione Luca Coscioni hanno rivendicato il diritto all’autodeterminazione. Marco Cappato, presente in Aula, ha chiesto ai consiglieri veneti di ascoltare la sofferenza dei malati più delle direttive di partito. Il centrodestra veneto è arrivato senza una posizione compatta. Stefano Valdegamberi, consigliere regionale della Lista Zaia, ha contestato l’iter della legge, chiedendone il ritorno in Commissione e sollevando una questione di legittimità sul percorso seguito dal provvedimento e dai relativi emendamenti. Per Valdegamberi non può bastare un accordo tra il presidente della Regione Stefani e il capogruppo dell’opposizione Giovanni Manildo per rendere regolare l’iter di una legge così delicata.

Ma la spaccatura è stata più profonda. Perché il centrodestra si è trovato davanti alla scelta tra due approcci diversi: da una parte chi ha considerato necessario dare una disciplina certa a una materia ormai entrata nella realtà giuridica del Paese, dall’altra chi ha ritenuto prioritario difendere il principio della tutela della vita e rafforzare le cure prima di intervenire sul fine vita.

Ed è qui che è entrato in scena Luca Zaia, con una posizione che ha colpito al cuore della questione politica. «Non ho mai avuto una posizione fondamentalista», ha spiegato, denunciando però una «grande ipocrisia». Perché il tema, secondo l’ex governatore oggi presidente del Consiglio regionale, non può essere raccontato come se il voto veneto stabilisse per la prima volta se il fine vita esiste oppure no. Per Zaia, una legge nazionale sarebbe stata «un atto di civiltà», perché avrebbe consentito di «porre fine alla necessità che ogni Regione si doti di una legge».

Il centrodestra veneto si confronta con un’altra posizione destinata a pesare nel dibattito. Il presidente della Regione Alberto Stefani ha annunciato la presentazione di una proposta di legge per il potenziamento delle cure palliative sul territorio. E nel suo intervento in Consiglio regionale ha fissato un principio politico: «Il diritto, così come la vita, non è negoziabile». Stefani ha spiegato di non voler appartenere né a chi ritene che il diritto alla vita possa essere deciso «nel giro di 20 giorni», né a chi pensa di poter piegare il diritto alle esigenze di un comunicato stampa. La risposta del presidente della Regione è stata quella di spostare il baricentro sulla cura.

Stefani e Zaia con un punto in comune: la necessità di uscire dall’ipocrisia di una materia lasciata per anni a metà.

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