Uno dice che con la bomba c’era anche il telecomando per azionarla, l’altro che invece non c’era. È una delle contraddizioni evidenziate dai pm negli ultimi interrogatori dei membri della banda della provincia di Avellino, accusata di aver piazzato l’ordigno a Sigfrido Ranucci. E proprio le loro incongruenze sono alla base del parere negativo della Procura all’istanza di arresti domiciliari, poi rigettata dal gip. Le versioni di Antonio Passariello e di Pellegrino D’Avino, padre e figlio, contrastano in parte nella ricostruzione «della fase preliminare» dell’attentato. Uno dei punti in cui divergono è quello sulla presenza o meno di un telecomando con cui azionare a distanza la bomba posizionata la sera del 16 ottobre accanto alla ruota anteriore di una delle due auto parcheggiate davanti alla casa di Ranucci. Un dato che nella sostanza non è così rilevante per chi indaga, che ha ben chiara la dinamica dell’azione e il reperimento dell’esplosivo, ma lo è per le difese dei membri della banda.Perché, viene fatto notare, la presenza di un telecomando potrebbe significare avere avuto un maggiore controllo nella gestione della deflagrazione e della sua tempistica, posto che l’obiettivo, riconosciuto già anche dal gip, non sarebbe stato quello di uccidere, ma di compiere un «gravissimo» atto intimidatorio. Dalle carte dell’inchiesta emerge come ipotesi «verosimile» che si sia trattato «di un innesco mediante donatore collegato ad una miccia a lenta combustione, e non ad un innesco mediante telecomando».I pm non credono a Pellegrino D’Avino, che nell’interrogatorio ha dichiarato che ad aver procurato la bomba a base di gelatina da cava sarebbe stato non lui, come ritengono invece gli inquirenti, ma Gomes Clesio Tavares, il factotum camerunese di Lavitola, che gli avrebbe fatto trovare il pacco esplosivo, «in modo del tutto inverosimile», sottolineano i pm, su un muretto vicino alla «statua del Santo» nel comune di Sperone. D’Avino invece ha spiegato di aver recuperato lì l’ordigno e di averlo poi consegnato a Passariello, specificando che era costituito «da un unico oggetto, senza alcun telecomando», e ha precisato che non conosceva «le modalità di innesco». Passariello invece ha dichiarato che sì, ha ricevuto la bomba da D’Avino, ma che oltre a quella «c’era anche il relativo telecomando».Non è dato sapere la ragione per cui le due versioni divergano su questo punto. In ogni caso appaiono ai magistrati come un modo per farli «apparire inconsapevoli della reale potenzialità dell’esplosivo utilizzato». Ma per i pm sono entrambe in «contrasto» con quanto emerso dalle intercettazioni, in base a cui si sono convinti che a reperire l’ordigno sia stato D’Avino «grazie alle sue conoscenze», e che Passariello fosse «perfettamente capace di maneggiare esplosivi e di conoscerne natura e potenzialità».Di un altro «telecomando» parlava D’Avino, registrato dalle microspie, nel marzo scorso, diversi mesi dopo l’attentato a Ranucci. Secondo gli investigatori stava cercando di procurarsi altro materiale esplosivo. E al suo interlocutore, annotano i carabinieri del nucleo investigativo di Roma, «mostrava il suo interesse ad ottenere un ordigno munito di sistema di innesco mediante un telecomando»: «Ma tu la puoi fare pure con il telecomando, lo sai? L’hai mai provata a fare con il telecomando? Se la fai con il telecomando ti guadagni i soldi, a me me le faceva un militare».Resta da capire se Lavitola fornirà lunedì nell’udienza del Riesame ulteriori elementi sulle genesi dell’azione. Se confermerà o preciserà diversamente la versione data ai pm, sul fatto che nel suo mandato a Gomes Clesio Tavares non aveva dato indicazioni di mettere una bomba ma di usare dei colpi di pistola di avvertimento. Ma D’Avino, che ha ribadito di non conoscere Lavitola e di non sapere nemmeno chi fosse Ranucci, ascoltato dai magistrati ha spiegato che il camerunense nell’ingaggio gli avrebbe presentato l’operazione più o meno così: «Si deve mettere una botta, niente di che, una cosa tranquilla». E «con il termine botta — precisa ancora ai magistrati intendeva un ordigno esplosivo».Difficile pensare che il factotum di Lavitola, il suo tuttofare, così devoto al faccendiere, possa aver deviato dalla richiesta del suo capo.

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