La condivisione dell’immagine fake di Giorgia Meloni e Donald Trump da parte dell'onorevole del Movimento 5 Stelle Marco Pellegrini è un grave errore per un parlamentare, soprattutto se parte del Copasir. Nel momento in cui scriviamo da parte sua non ci sono nemmeno chiarimenti o, meglio, scuse nei confronti della premier. Diverso è l’atteggiamento assunto da alcuni commentatori sotto quel post, dove gli insulti a Meloni non si contano, alcuni anche molto gravi.
“Nana infame”, scrive un utente sotto lo scatto. E ancora: “La cagna ed il padrone”. Ma è l’argomento ginocchiere quello più quotato tra gli odiatori di Meloni, che non hanno perso tempo ad abboccare all’amo lanciato dal parlamentare del M5s convinto di aver trovato la foto che Meloni avrebbe supplicato di fare di Trump, che in realtà altro non è che un artefatto social creato da una pagina satirica. È stato il miglior modo per scatenare la violenza verbale di chi pensa che dietro una tastiera sia tutto lecito e consentito ma in realtà non è così perché esistono le leggi che puniscono anche questo genere di comportamenti. Offrire la sponda a un falso macroscopico è gravissimo per un qualunque politico ma lo è ancora di più se questo siede nel Copasir, dove si gestisce la sicurezza nazionale.
Un esponente parlamentare non può ignorare l'effetto di trascinamento dei propri post, anche perché dopo quello, quando già erano centinaia e centinaia i commenti, ha continuato a condividere post contro Meloni, senza preoccuparsi di quanto si stava sviluppando al di sotto di quella foto falsa. È la strategia del fango per procura, perché lasciare sul proprio profilo un’immagine credendo che sia reale, nonostante non sia stata pubblicata dalla premier, sostenendo che sia quella che ha scatenato la crisi internazionale tra Meloni e Trump, sullo stile di “non cielo dikono!1!1!” è una carenza enorme. Chiunque mastichi un minimo di dinamiche della rete (e un membro del Copasir dovrebbe) sa perfettamente che ogni post genera una scia.
Gli stessi moralisti a targhe alterne, sempre pronti a firmare manifesti contro il linguaggio d'odio e a impartire severe lezioni di galateo democratico, oggi tacciono di fronte alla gogna (anche sessista) scatenata da un post con foto falsa di un loro esponente.