Non mi serve ma me lo tengo Ecco le reliquie degli italiani

Se potesse sbirciare nei nostri cassetti, anche il nostro bisnonno redivivo assumerebbe un'aria perplessa. «E con questo, cosa pensi di farci? Perché non ti decidi a buttare via un po' di roba?». Il «cimelio» varia da persona a persona, da famiglia a famiglia, ma ognuno di noi ne ha almeno uno. Anzi, secondo una recente indagine, in Italia ne abbiamo in media ottantacinque. Antiestetici posacenere, telefoni (fissi e mobili) che non funzionerebbero neanche agli ordini di uno sciamano; bambole impolverate che, dall'alto degli scaffali, paiono più anonime mummie che pregiati souvenir dell'Est Europa. E le lavastoviglie degli anni Settanta, i tubi catodici (chiamati «televisori» per non offendere i loro possessori), le borse d'acqua calda forate che, a ricomprarne una nuova, non si spenderebbero 5 euro. Lampade in attesa di un genio che le renda guardabili. Addirittura i primi modem: quelli che, a comporre il numero per collegarsi a internet, intonavano gorgheggi rochi e sabbiosi e, solo al quarantesimo tentativo, «finalmente siamo online: la Rete è il futuro!».
Borse e fumetti in testa alla ricerca TNS per la piattaforma eBay: sono questi gli oggetti, per un totale di 85 articoli, più conservati dagli italiani. Ma anche libri, dispositivi high-tech già passati di moda, abbigliamento e accessori per la prima infanzia, fotocamere e computer non proprio modello Neanderthal ma nemmeno all'ultimo grido. Mobili e vestiti. Vestiti, vestiti, vestiti. Perché «prima o poi torna di moda. Non mi entra più? In primavera mi metto a dieta».
L'armadio è il custode preferito di queste 85 reliquie che dormono in casa nostra da molti anni. Il telefonino si accende sì e no una volta al mese, ma dentro ci sono messaggi che ho bisogno di rileggere. Per tutta la vita. La pochette di mia nonna sembra demodè, ma devo aspettare i saldi per permettermene una uguale. E quella bambola bulgara dai capelli infeltriti? Il ricordo di un viaggio.
Insomma siamo dei conservatori. Viviamo circondati da pezzi d'epoca, perché il consumismo riduce un'epoca a una manciata di mesi, e noi abbiamo in casa cianfrusaglie di secoli fa. Eppure, non è così facile sbarazzarsene. Come in una strana Antologia di Spoon River, anche l'oggetto senza vita parla di sé, di cosa e chi aveva intorno quando fu acquistato. Delle mani di chi ce l'ha regalato, magari mai più toccate né viste. Il mercato dell'usato si fa sempre più potente (oggi c'è pure un'Applicazione Mobile, scaricata 120 milioni di volte in tutto il mondo, secondo i dati eBay) per rendere rapido lo smaltimento, la conversione in moneta, o in acquisto nuovo, del nostro capitale nascosto. 4mila euro (cioè il più alto in Europa), il valore medio di quello che abbiamo in casa, se decidessimo di riciclarlo. Eppure, se ce l'abbiamo, è evidente che ci piace tenercelo stretto. E non c'è bisogno di essere «disposofobici», cioè affetti da una patologia (che interessa il 2% della popolazione mondiale), per avere questo istinto alla conservazione ed essere, in ciò, i campioni d'Europa.
Il carillon, la chitarra scordata, il primo flauto di plastica, la collezione di conchiglie (che 15 anni fa ci eravamo ripromessi di mettere in un vaso di cristallo). E il vaso fatto di quella pasta maleodorante che sembra gesso, l'avevamo scolpito alle scuole medie, lezioni di «applicazione tecnica»: ora ci sono dentro fiori finti, anche perché l'acqua di quelli veri combinerebbe un disastro. Memoria e polvere hanno avvolto tutto. Senza quella colonia di acari che li avvolge, questi oggetti non avrebbero lo stesso fascino. Non ci ispirerebbero amore. E quando il capitale è il nostro passato, farsi sedurre dall'app diventa più difficile.

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