Nessuna immunità concessa alle forze dell’ordine, nessuna deriva americana e nessuna invasione di campo nei confronti del Quirinale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello dell'Interno Matteo Piantedosi sono intervenuti sui dossier più delicati che stanno agitando il dibattito sulla giustizia e sulla sicurezza e hanno difeso le scelte del governo.
Il primo fronte è quello del cosiddetto “scudo penale” per gli agenti, tornato al centro delle polemiche dopo la morte di Abderrahmane Fakir, il quarantaduenne deceduto a Bologna mentre si trovava a terra ammanettato. Una definizione, quella di scudo penale, che secondo il Guardasigilli alimenterebbe un equivoco: “L’espressione scudo penale lascia intendere una immunità che non c’è - le sue parole al Corriere della Sera -. Si evita una automatica iscrizione nel registro degli indagati divenuta una sorta di condanna anticipata. Spetta ora alla magistratura valutare se esistano o meno le cause di giustificazione”.
Il punto non è sottrarre poliziotti e carabinieri al controllo della magistratura, ma evitare che l’iscrizione nel registro degli indagati diventi una conseguenza inevitabile di qualsiasi intervento conclusosi tragicamente. Una tutela procedurale, non una licenza di usare la forza senza limiti. Nordio non ha nascosto il turbamento provocato dal video nel quale Fakir grida “basta”, ma ha invitato a non emettere sentenze prima che siano conclusi gli accertamenti: “Le immagini violente sono sempre fonte di grande disagio. Bisogna però tener conto delle situazioni anche psicologiche di chi si trova a dover operare in momenti di estrema difficoltà. In ogni caso occorre attendere l’esito dell’autopsia”.
Il ministro ha respinto anche il paragone con l’Ice, utilizzato dalle opposizioni per denunciare una presunta americanizzazione delle politiche di sicurezza: “Se ci avviciniamo a quel livello? No. Quello Usa è molto diverso. Sia nella disciplina della legittima difesa, sia in quello dell’uso delle armi da parte della polizia. Dopo 40 anni di esperienza da pm so che l’uso delle armi delle nostre forze dell’ordine è sempre stato molto prudente”.
"In Italia nessuno è al di sopra della legge", è poi la posizione del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Intervistato dal Messaggero, il titolare del Viminale ha rimarcato: "Nessuno scudo penale, neanche agli appartenenti alle forze di polizia. Che, peraltro, godono di una estesa fiducia in Italia e all'estero. Sostenere il contrario è una becera strumentalizzazione di una tragedia come questa". Per Piantedosi "quella di Bologna è una vicenda dolorosa che impone anzitutto rispetto per la persona deceduta e per i suoi familiari. Proprio per questo ritengo doveroso attendere l’esito degli accertamenti. La magistratura sta lavorando e avrà tutta la collaborazione delle istituzioni. La Questura di Bologna ha già messo a disposizione ogni elemento utile, comprese le immagini delle bodycam, a riprova della piena trasparenza con cui si sta agendo".
"Mi rattrista constatare come, ancora una volta, alcuni cerchino di piegare quanto accaduto contro le forze dell'ordine, alimentando pregiudiziale ostilità verso chi indossa la divisa", ha aggiunto Piantedosi: "Un nuovo caso Cucchi o Aldrovrandi? Sostenerlo pregiudizialmente può essere frutto solo di un approccio prevenuto e ideologico, che non fa bene alla stessa esigenza di verità che si deve alla vittima, ai familiari e anche agli operatori coinvolti". Piantedosi ha poi proseguito: "Come ogni cittadino ha diritto alla presunzione di innocenza, lo stesso principio deve valere per chi indossa la divisa. A riprova della complessità del loro lavoro, basta citare qualche numero: i feriti tra le Forze di Polizia, compresa polizia locale, sono aumentati del 62% in questo primo semestre dell’anno. Non mi sembra siano numeri da Stato di polizia".
L’altro caso del momento è quello di Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver inseguito e ucciso due rapinatori dopo l’assalto alla sua attività. Tornando all’intervista di Nordio, il ministro non ha messo in discussione la sentenza dal punto di vista giuridico: “Legittima difesa o giustizia privata? No, è stato quello che hanno detto i giudici di merito, con la conferma della Cassazione: un omicidio volontario. Questo sotto l’aspetto strettamente giuridico. Nella sostanza ognuno poi può farsi l’opinione che crede. Può accadere anche il contrario, che una persona accusata di omicidio venga assolta con sentenza definitiva. Poi confessa di essere colpevole, ma nessuno può più fargli nulla, perché giuridicamente è comunque innocente. Giustizia formale e giustizia sostanziale non sempre coincidono”.
Da qui l’apertura dell’istruttoria sulla possibile grazia. Nordio ha confermato che l’iniziativa è stata pienamente condivisa con Giorgia Meloni e ha negato qualsivoglia invasione di campo: “Con il presidente, le cui osservazioni vengono sempre accolte con deferente attenzione, il dialogo è stato sereno e squisitamente tecnico. È ovvio che la prerogativa della concessione della grazia è esclusivamente sua. Qui si trattava del potere di impulso. Il diritto è sempre materia opinabile, tanto che le supreme magistrature cambiano spesso orientamento, e talvolta entrano in contrasto tra loro”. Nordio ha poi aggiunto: “Non c’è nessun reato di lesa maestà neanche in un conflitto di attribuzioni, come una volta è avvenuto proprio tra Quirinale e via Arenula: la Corte Costituzionale è li proprio per risolverli. Mi dispiace solo che, come nel caso Minetti, una certa stampa abbia enfatizzato quel colloquio in modo eccessivo”.
Il titolare della Giustizia ha poi tenuto a precisare che l'apertura dell'istruttoria non ha niente a che vedere con la competizione per accaparrarsi il consenso sulla vicenda dell'orefice: "Assolutamente no, è stato un gesto umanitario. Con la presidente Meloni la sintonia, anche in materia di giustizia, è assoluta. L’unica osservazione che mi fa è di usare troppo il latinorum. Ma anche in questo caso la frase di Cicerone “Summum ius summa iniuria” è meglio di decine di commenti di questi giorni".
Infine, Nordio ha aperto alla proposta di impedire il risarcimento di chi rimane ferito mentre sta commettendo un reato.
L’idea, rilanciata da Fratelli d’Italia e inizialmente avanzata da Roberto Vannacci, incontra il favore del ministro, che non ha rinunciato a un tocco di ironia: “Ovviamente sì. Anche Vannacci casualmente può inciampare nel buon senso. Risarcire un criminale che ti aggredisce è irragionevole, e soprattutto pericoloso”
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