La chiamano la corsa verso la libertà, ma rischia di diventare una deriva pericolosa. Una discesa incerta e inquietante sul confine drammatico fra la vita e la morte, dove un passo dovrebbe essere meditato e condiviso. E invece siamo al fai da te, certo anche per l’inerzia e la paralisi del Parlamento a sette anni dalla pronuncia della Corte costituzionale sul suicidio assistito, ma gli errori e i ritardi non possono sdoganare leggi regionali in ordine sparso, con questo o quel parlamentino che si ritaglia la propria posizione nel frastuono generale. Ci vuole una cornice nazionale e la cornice dev’essere limpida: lo Stato sostenga la vita, fino in fondo, lo Stato non sia un regolatore, un vigile sulla porta dell’addio; lo Stato suggerisca un’ impostazione di fondo che si può riassumere con un concetto semplice: dare la mano alla persona e ai suoi familiari su quella linea incerta e tratteggiata che alcuni vogliono superare perché legittimamente le loro sofferenze sono insopportabili e senza chance.
Tutto vero, ma la norma dovrà dire che il primo obiettivo è lottare per tenere la persona di qua, in questo mondo, per provare ad offrirle una permanenza dignitosa, con tutto il supporto delle cure palliative e di un aiuto psicologico che non sia solo il disbrigo formale di una pratica. Insomma, l’esistenza umana è un grido verso l’infinito ed è sicuramente più grande di tutti i limiti che la definiscono e la imprigionano. Poi, certo, la norma terrà conto delle diverse culture e sensibilità, delle spinte che arrivano dalla società e si valuterà un qualche compromesso, anche se il vocabolo è al ribasso, fra le diverse proposte. Ma l’ago della bussola indichi la direzione della presenza, non dell’assenza, dell’abbraccio, non della solitudine, della luce, non dell’ombra.
La libertà si pesa nella relazione, poi ciascuno farà le sue valutazioni e affronterà, come sa e come può, l’ultimo miglio.
