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Interni

Permessi ai boss: le contraddizioni della sinistra che non li impedì

La questione si arenò sotto il governo Draghi di unità nazionale. Una resa al giustizialismo grillino

"Basta allarmismi". Il consigliere della Cartabia difende la riforma

La sinistra oggi protesta per i permessi premio concessi ai boss mafiosi. Ha il diritto di farlo. Dovrebbe però ricordare che, quando sedeva al governo, aveva già davanti agli occhi il problema che adesso denuncia. Perché la politica può cambiare maggioranza, non cancellare le proprie responsabilità.

Nel 2019 la Corte costituzionale dichiarò illegittimo il divieto assoluto di concedere permessi premio ai mafiosi che non collaborano con la giustizia. Nel 2021 arrivò un altro pronunciamento sull’ergastolo ostativo, questa volta relativo alla liberazione condizionale. Il Parlamento sapeva che occorreva intervenire. Non era una questione imprevista, né un’emergenza scoperta oggi.

A Palazzo Chigi sedeva Mario Draghi, al ministero della Giustizia Marta Cartabia. Nella maggioranza c’erano il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali, insieme alla Lega, Forza Italia, Italia Viva e altre forze centriste. Alla presidenza della Camera c’era Roberto Fico, dei Cinque Stelle; al Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia. Una maggioranza larghissima, nella quale convivevano partiti che oggi si trovano su fronti opposti. La Camera approvò una riforma nel marzo 2022. Il Senato non concluse l’esame prima dello scioglimento delle Camere.

Per dovere di cronaca occorre ricordare che Giorgia Meloni, allora all’opposizione, aveva già fatto dell’ergastolo ostativo una battaglia politica. Nel luglio 2022, ricordando Paolo Borsellino e gli agenti della scorta assassinati in via D’Amelio, annunciò che Fratelli d’Italia aveva presentato due proposte di legge, una costituzionale e una ordinaria. E avvertì: «Non possiamo permettere che gli ergastolani ostativi possano uscire dalla galera solo per avere mantenuto una buona condotta».

Tre mesi dopo, appena arrivata a Palazzo Chigi, il suo governo intervenne con un decreto legge. È stato il primo provvedimento del governo Meloni che riprese sostanzialmente il testo già approvato dalla Camera nella precedente legislatura, introducendo condizioni più rigorose per l’accesso ai benefici penitenziari dei condannati non collaboranti. Non cancellò, né avrebbe potuto cancellare con una legge ordinaria, i principi stabiliti dalla Consulta. La differenza è che il Parlamento precedente aveva elaborato una riforma senza riuscire a completarne l’iter, mentre il nuovo governo la portò a compimento attraverso un decreto, poi convertito in legge.

Occorre ricordare che Piero Grasso, già esponente del Pd e poi senatore di Liberi e Uguali, una delle forze di sinistra che sostenevano il governo Draghi, aveva indicato una soluzione: affidare la concessione dei permessi premio a un tribunale collegiale, anziché a un singolo magistrato, rafforzando il coinvolgimento delle procure antimafia. Quella proposta non divenne legge per quello che abbiamo già detto prima. Ed è significativo che un allarme e una possibile risposta fossero arrivati proprio dall’area politica che oggi torna a interrogarsi sui rischi di quei permessi. Qui affiora una contraddizione più profonda della semplice polemica parlamentare.

La sinistra che cerca un’intesa con il M5s deve ancora confrontarsi con culture della giustizia differenti. Non è soltanto una questione di Giuseppe Conte o di Matteo Renzi, di candidature, leadership e alleanze. Nel centrosinistra esiste una tradizione liberale e garantista, presente già nella cultura di governo dell’Ulivo di Romano Prodi. Il M5s nasce invece da una cultura politica che ha attribuito grande centralità all’azione della magistratura e alla severità della risposta penale. Queste differenze non coincidono con i confini dei partiti. Attraversano gli stessi Dem e si sono evolute anche dentro il Movimento. Eppure, riemergono quando si discutono prescrizione, intercettazioni, custodia cautelare, ordinamento giudiziario e rapporti fra politica e magistratura. È una frattura meno appariscente delle polemiche fra i leader, ma riguarda il significato stesso della parola giustizia. Si può trovare un accordo elettorale senza aver ancora raggiunto un’intesa su questi principi.

Intanto il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia richiama un pericolo concreto: un capomafia che torna nel territorio dove ha esercitato il proprio potere può riallacciare rapporti criminali e recuperare autorità.

Un rischio che lo Stato deve valutare con il massimo rigore, senza dimenticare i diritti dei detenuti e la funzione costituzionale della pena. Il garantismo non impone di sottovalutare la pericolosità mafiosa, così come la lotta alla mafia non autorizza a ignorare la Costituzione. I magistrati decidono applicando le norme e valutando i singoli casi. Se quelle regole richiedono ulteriori garanzie per la sicurezza collettiva, spetta al Parlamento intervenire, nel rispetto dei limiti fissati dalla Corte costituzionale.

La sinistra può dunque chiedere nuove tutele. Deve però confrontarsi con ciò che non riuscì a portare a termine quando partecipava alla maggioranza di governo. Una responsabilità che, naturalmente, riguarda anche gli altri partiti che sostenevano Draghi. E deve fare i conti con le differenti idee di giustizia che convivono nel campo largo.

Perché un’alleanza può trovare un accordo sui nomi, sui collegi e persino sui programmi. Diventa più difficile quando deve decidere quale idea dello Stato, dei diritti e della giustizia intende tradurre in legge.