Quando la disobbedienza cambia la storia

La "disobbedienza" non è stata sempre negativa. Qualche volta ha rappresentato un fattore di accelerazione verso la modernità e verso la conquista delle libertà civili

Qualcuno «il gran rifiuto» lo fece «per viltade». Come Celestino V. Dante Alighieri nel III canto dell'Inferno lo bollò e lo condannò a una sorta di infamia sempiterna. Ma «il gran rifiuto» fu, in realtà e a ben vedere, un atto di coraggio che sconfessava, non appena egli si rese conto che la sua elezione era frutto di trame e intrighi curiali, quello «spirito di obbedienza» che lo aveva spinto - lui, un povero benedettino abituato a vivere in solitudine quasi eremitica - ad accettare il soglio pontificio. In un certo senso, insomma, quel «gran rifiuto» fu una manifestazione di vera e propria «disobbedienza» e di denuncia, che aprì la strada al pontificato di Bonifacio VIII, il papa, grande e controverso, del Giubileo e dello «schiaffo di Anagni». La disobbedienza nella storia (non solo, e non tanto, la disobbedienza civile, quella teorizzata da Henry David Thoreau, praticata dal Mahatma Gandhi e da Martin Luther King) si è trasformata, talvolta, addirittura in una sorta di «potere costituente». Quando, per esempio, il 16 dicembre 1773, nel porto di Boston, i Sons of Liberty, travestiti da indiani Mohawak, gettarono in mare 45 tonnellate di tè, fu posto in atto un gesto di disobbedienza dei coloni nei confronti della vessatoria tassazione commerciale inglese: un gesto che avrebbe rappresentato la prima scintilla della rivoluzione americana. Alle origini, insomma, degli Stati Uniti vi fu una protesta clamorosa contro una legislazione percepita come ingiusta: e fu una protesta, per dir così, «creatrice», nata dalla volontà di rifiuto delle iniquità della legge e dei soprusi del potere. Ancora un esempio. Quando il 12 settembre 1915 Gabriele D'Annunzio alla testa di un manipolo di legionari, partiti da Ronchi, fece il suo ingresso a Fiume e dette inizio alla «bella oltre le belle imprese» inaugurò un'epoca nuova destinata ad avere conseguenze enormi nella storia italiana (e non solo italiana). A Fiume nacque un vero e proprio Stato con un suo ordinamento costituzionale, con un suo apparato amministrativo, con una sua politica estera. Ma, soprattutto, Fiume diventò un vero e proprio laboratorio di esperimenti politici destinati a incidere in profondità sulle mentalità, sui comportamenti e sui fatti degli anni a seguire. Lì furono gettate le basi della «politica del consenso» e vennero impostati, nel bene o nel male, i dogmi e i rituali delle «religioni secolari» di destra e di sinistra del XX secolo. Anche dietro l'impresa di Fiume vi fu un atto di «disobbedienza» nei confronti del governo rinunciatario e di protesta contro la «vittoria mutilata». Sempre un atto di «disubbidienza», sia pure di natura diversa, fu, durante la Seconda guerra mondiale, il «gran rifiuto» delle centinaia di migliaia di soldati italiani catturati e internati nei territori del III Reich dopo l'armistizio, i cosiddetti Imi, a collaborare con i nazisti e i fascisti per non venir meno, anche a costo di sofferenze e di rischi personali, al giuramento di fedeltà al Re. Fu una pagina bella - raccontata anche da testimoni come Giovanni Guareschi e Giovanni Ansaldo nei loro diari - che andrebbe annoverata fra le più luminose della Resistenza e che, invece, una vulgata storiografica costruita sul mito resistenziale elaborato dalla cultura gramsci-azionista si sforza di mettere in ombra per nascondere o minimizzare il contributo fornito alla lotta per la libertà da partiti, movimenti, individui non comunisti. La «disobbedienza», insomma, non è stata sempre negativa. Qualche volta ha rappresentato un fattore di accelerazione verso la modernità e verso la conquista delle libertà civili. Qualche altra volta si è rivelata un antidoto contro «le ingiustizie della giustizia» o contro, vien da dire parafrasando D'Annunzio, «la giustizia mutilata». Del resto, a proposito di giustizia violata, anche il teorico della «disobbedienza civile», Henry David Thoreau, ebbe qualcosa da sottolineare: «La legge non ha mai reso gli uomini neppure poco più giusti; e, anzi, a causa del rispetto della legge, perfino gli onesti sono quotidianamente trasformati in agenti di ingiustizia». Parole sante che fanno riflettere.

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