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Quel cortocircuito sul nucleare: Dc sovietica e Pci americano

I comunisti finiscono per fare gli interessi delle “Sette Sorelle” del petrolio

Felice Ippolito
FELICE IPPOLITO

Lo vanno a prendere a casa, a Roma, da malfattore, perché come Prometeo sta sfidando poteri troppo forti. È il 3 marzo 1964 e i sogni di Felice Ippolito bruciano senza appello. È un fisico e geologo napoletano di quarantotto anni, allievo di Edoardo Amaldi, uno dei ragazzi di via Panisperna, e nella casella lavoro c’è scritto «segretario generale del Comitato nazionale per l’energia nucleare». Ippolito è l’uomo che sta immaginando il futuro atomico dell’Italia. È convinto che l’uranio possa garantire l’autonomia energetica. È lo stesso pensiero di Enrico Mattei e Adriano Olivetti. Il reattore Magnox a uranio naturale moderato a grafite e raffreddato con anidride carbonica di Latina ha una potenza elettrica netta di 200 megawatt. È la più grande centrale nucleare d’Europa. Le centrali crescono in fretta, ecco quella di Sessa Aurunca sul Garigliano e poi Trino Vercellese. Tutto questo finisce con l’arresto di Ippolito. I capi d’imputazione: falso in atti pubblici, peculato, interesse privato, abuso d’ufficio. Tra le spese contestate ci sono le borse di finta pelle regalate ai giornalisti di un seminario, con dentro gli opuscoli che spiegano cosa fa il Cnen. La campagna di stampa contro di lui fu aperta da Giuseppe Saragat, segretario del Pdsi, che lo accusa di sperperare denaro pubblico. Qualcuno dice che dietro ci siano le «sette sorelle» del petrolio americano. Mattei pagò per primo con la vita, Olivetti fu annientato dalle banche, Ippolito fu mandato sotto processo da quattro democristiani corrotti che, fiancheggiati da Saragat, temevano che Ippolito capeggiasse una fazione di tecnici che pretendeva di nazionalizzare la produzione elettrica. Lo accusano di «peculato internazionale», un reato che secondo il grande giurista Arturo Carlo Jemolo dichiara inesistente nella fattispecie. Il 29 ottobre arrivano undici anni e quattro mesi, in appello diventano cinque anni e tre mesi. Ippolito ne sconta due, poi arriva improvvisa la grazia. A firmarla, attenzione, è lo stesso Saragat, eletto Presidente della Repubblica. Non c’è più bisogno di tenerlo in carcere.

Nel 1960 l’Eni firma per dodici milioni di tonnellate di greggio sovietico.

Nel 1969 arriva il gas: il primo contratto per il metano che dai giacimenti dell’Urss entra in Italia attraverso un tubo. A quel tavolo ci sono i democristiani che benedicono e c’è il Partito comunista che media, perché in quella stagione per parlare con Mosca bisogna passare da Botteghe Oscure. Qualche anno più tardi, tra il 1978 e il 1983, si posa l’altro tubo, quello che sale dal Sahara e sbuca a Mazara del Vallo. Si costruisce l’Italia che conosciamo. Un Paese che non produce energia: la riceve. Il «paradosso nucleare» è tutto qui: la Dc sta con i comunisti russi e il Pci con i petrolieri americani. Il grande alleato è però la paura.

Il 28 marzo 1979, in Pennsylvania, si fonde parte del nocciolo di Three Mile Island. Nessun morto, un po’ di gas radioattivo nell’aria, e la parola nucleare che da quel giorno, in Occidente, comincia a suonare come una minaccia. Due mesi dopo ventimila persone marciano a Roma contro la centrale che stanno per costruire a Montalto di Castro. L’anno seguente due ragazzi, un socialista di nome Maurizio Sacchi e un comunista di nome Chicco Testa, fondano la Lega per l’Ambiente. Il no all’atomo è il loro primo comandamento. Testa, trent’anni dopo, diventerà presidente dell’Enel e uno dei più ostinati sostenitori del ritorno al nucleare.

Il 26 aprile 1986 salta il reattore numero quattro di Chernobyl. A maggio duecentomila persone riempiono Roma. Si raccolgono le firme per il referendum. A novembre gli ambientalisti diventano un partito. La Dc e il Pci, che ai quesiti sono contrari, si accorgono di dove tira il vento e passano dall’altra parte. Non per una revisione teorica. Per non perdere voti. Il destino del nucleare è segnato. Caorso, ottocentosessanta megawatt, il reattore più moderno che abbiamo, in quel momento è fermo per manutenzione. Non si riaccende più. Le centrali non spariscono, restano lì, sorvegliate, smontate un pezzo alla volta per decenni, e le paghiamo ancora oggi in bolletta, in una voce che nessuno legge. Felice Ippolito muore a Roma nel 1997, dopo essere tornato a fare il professore, il parlamentare europeo, l’uomo che ha avuto ragione troppo presto e nel modo sbagliato. Ventinove anni dopo la sua morte, il Senato approva la legge delega sul nucleare.

L’anno scorso Enel, Ansaldo Energia e Leonardo mettono su Nuclitalia per studiare i reattori piccoli. Il vento sta cambiando, con la speranza che per l’Italia non sia mai troppo tardi.