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Ranucci, altro giallo: l’intervista in Africa svanita nel nulla. E Presutti rinuncia

Sigfrido a colloquio con i media locali sul carbon credit. E spuntano mail in cui Mr Report coinvolge Lavitola sulle inchieste

Ranucci

Ventiquattro ore. Forse anche meno. È questo lo spazio temporale che separa uno scambio delle mail propedeutica a un’intervista di Sigfrido Ranucci, rilasciata a un media dello Zimbabwe (come anticipato dal servizio del Tg1 di Martino Villosio), alla data dell’arresto dei 4 esecutori materiali dell’attentato contro il conduttore. Il 30 giugno 2026 i carabinieri bussano alle porte dei bombaroli. Quattro misure cautelari, tre uomini e una donna, eseguite tra Napoli e Avellino. Ma, il giorno prima di quegli arresti, Ranucci è impegnato su tutt’altro fronte, che porta molto lontano da Pomezia.

E, soprattutto, coinvolge un personaggio destinato successivamente a entrare prepotentemente nella stessa storia dell’attentato: il mandante reo confesso Valter Lavitola. Il documento che Il Giornale ha potuto visionare contiene infatti uno scambio di mail del 29 giugno tra il conduttore di Report e Lavitola che ha come oggetto «corruzione Zimbabwe». Al centro c’è un’intervista concessa da Ranucci al giornalista zimbabwese Kenneth Nyangani, dedicata a una presunta vicenda di corruzione nel Paese africano. Il testo presenta Ranucci come giornalista investigativo internazionale impegnato sulle tracce di un caso che potrebbe coinvolgere persino la reputazione del presidente Emmerson Mnangagwa.

Ranucci parla investimenti e corruzione: «La verità emerge sempre, prima o poi», afferma nell’intervista che però, proprio dopo il servizio della Rai, non risulta più visibile. Spiega che «l’intelligenza del potere sta nel saper formare una classe dirigente onesta e lontana dalla corruzione». Fin qui potrebbe sembrare una normale attività giornalistica internazionale, se non fosse che è proprio la località in cui si trova il latitante Clesio Gomes Tavares, considerato la cerniera tra i bombaroli e il faccendiere. Lo Zimbabwe terreno degli interessi di Lavitola sul carbon credit. Ma alle 18:11 del 29 giugno, Ranucci scrive a Lavitola: «Poi con calma mi devi mandare i dati del corruttore-millantatore». Lavitola risponde venti minuti dopo: «Sì certo, per inserire nella intervista?». Alle 18:53 arriva la precisazione di Ranucci: «Non lo metterei nell’intervista, serve per nostra inchiesta». Parole che cristallizzano la natura del rapporto in quel preciso momento: Ranucci non sta semplicemente ricevendo una segnalazione occasionale da Lavitola. Gli chiede materiale destinato a un approfondimento che definisce al plurale. Un faccendiere con cui condivide materiale finalizzato a servizi per la tv di Stato. Nella stessa intervista, del resto, Ranucci entra nel merito del caso. Racconta di essersi confrontato «informalmente con un alto funzionario dell’Ambasciata» e riferisce che, secondo quest’ultimo, l’uomo che sosteneva di agire per conto del presidente dello Zimbabwe sarebbe stato «in realtà un impostore». Lavitola disse proprio a Il Giornale, prima dell’arresto del 10 agosto, che il suo amico gli era stato molto utile per i suoi investimenti in Africa. Fonti locali parlano di un suo ruolo centrale nella credibilità che serviva a Lavitola per ottenere i complicatissimi permessi e gli ettari di terreno su cui poggerebbe il business. Ma la Rai ne era al corrente? E, oggi, come si può dire, ancora, che il faccendiere non fosse penetrato nella macchina Report? Intanto, in serata arriva una mail inviata al direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini, Giulia Presutti annuncia un «passo indietro» dall’incarico di co-conduttrice neo designata. Un segno di distensione dopo le richieste della redazione.

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