da Roma
Non esiste altro leader politico occidentale che abbia parlato così tanto tempo su un marciapiede, abbassando il finestrino della sua auto nel traffico, mentre faceva shopping o nel parcheggio di uno stadio, entrando e uscendo da un ascensore o tra le porte girevoli di un albergo a cinque stelle. Che fossero i vicoli di Roma, le vie di Bruxelles, gli incroci di Washington o una dacia vicino San Pietroburgo, Silvio Berlusconi non si fermava mai. E quando parlava gli italiani non ascoltavano solo il presidente del Consiglio o il capo dell'opposizione, ma pure l'imprenditore, il tycoon dei media, il costruttore, il presidente del Milan, il marito, il padre, l'amante. Dieci parti in commedia, amato da alcuni e odiato da altri, ma certamente totalizzante dal punto di vista della comunicazione. Soprattutto in un'epoca in cui non esistevano le dirette dei canali all news o gli aggiornamenti in tempo reale dei siti, per non parlare dei social e del fenomeno della disintermediazione.
Giornalisticamente parlando, ogni parola di Berlusconi poteva valere oro. Ragione per cui negli anni seguenti alla sua entrata in politica il Cavaliere è diventato una sorta di oracolo mediatico, la preda di una ristretta pattuglia di cronisti che lo seguivano giorno e notte cercando di strappargli una battuta o anche soltanto un semplice «sì» o un «no» che l'indomani sarebbe finito per diventare un titolo di prima pagina. Una storia mai davvero raccontata e su cui si è abilmente cimentato Marco Galluzzo, giornalista parlamentare e - come si dice in gergo - «chigista» del Corriere della Sera da oltre un ventennio. Uscirà domani, infatti, Berlusconi Confidential. Biografia non autorizzata di 10 anni di potere (Rubettino, 18 euro), un resoconto che ricompone sotto una luce davvero molto diversa dal solito il racconto dell'epopea berlusconiana nel periodo dal 2001 al 2011 in cui il Cavaliere fu alla guida di tre diversi governi.
È il racconto dell'uomo e del politico, lontano dalle inchieste giudiziarie o dagli scandali legati alle compagnie femminili, il cui filo conduttore è proprio il rapporto tra Berlusconi e quel gruppo ristretto di giornalisti che per anni lo hanno inseguito ovunque, una corsa folle (e senza esclusioni di colpi, tanto da sancire la fine di amicizie decennali) nella quale il Cavaliere si è sempre mosso con una spregiudicatezza rara. L'essere costantemente l'oggetto del desiderio dei giornalisti compiaceva un certo narcisismo dell'uomo, certo. Ma la sostanza è che Berlusconi prima si consegnava ai cronisti e poi, a seconda delle necessità, lanciava con disinvoltura i messaggi che voleva. Quelli a favore di telecamera, il più delle volte destinati al grande pubblico. Ma anche quelli affidati ai taccuini delle agenzie di stampa o dei quotidiani che presidiavano Palazzo Grazioli, spesso utilizzati per mandare segnali di fumo ad avversari o alleati. Il caso di scuola è quello di Angelino Alfano, vittima nel 2012 dell'ormai celebre anatema del quid. Siamo a Bruxelles e Berlusconi ha appena lasciato il vertice del Ppe. Prima parla a favore di telecamere, poi si sofferma con un cronista di un quotidiano che faceva pool con gli altri (lo schema serviva a presidiare più punti contemporaneamente) e dice candido che «Angelino è sì tanto bravo, ma gli manca il quid». La notizia l'indomani rimbalza su tutte le prime pagine e chiude il dibattito (al tempo molto in voga) sulle primarie del centrodestra. Berlusconi in privato conferma, mentre pubblicamente smentisce di aver mai pronunciato quelle parole, al punto che qualche giorno dopo, durante un appuntamento pubblico di Forza Italia, fa rimandare in sala le immagini delle sue dichiarazioni tv di Bruxelles: «Avete visto che non ho detto nulla su Angelino?».
«Berlusconi era un retroscena vivente», scrive Galluzzo. E - anche il sottoscritto ha vissuto in prima persona buona parte di quegli anni - davvero definizione non è mai stata così azzeccata. Al punto che persino l'informazione che gli era più ostile fu costretta a prestarsi al gioco mediatico del Cavaliere. Lo criticavano, lo accusavano di manipolare e mentire, ma poi gli dedicavano paginate su paginate, obbligati anche loro a presidiare Palazzo Grazioli o a ingraziarsi il maggiordomo piuttosto che il cuoco o l'architetto del «dottore» (così lo chiamavano i suoi collaboratori più stretti) pur di scovare qualche informazione, anche semplicemente sulla logistica degli spostamenti. D'altra parte, non si contano le volte che i cronisti hanno fatto inutilmente la posta per ore all'ingresso dei voli di Stato a Ciampino o all'entrata di Villa Certosa.
Quello di Galluzzo è un libro prezioso. Da una parte racconta la rivoluzione del giornalismo politico, visto che il Cavaliere ha in buona parte contagiato anche i premier che sono arrivati dopo, tanto da far perdere al cosiddetto «retroscena» il suo carattere di eccezionalità (e farlo ormai diventare una consuetudine quasi quotidiana e spesso abusata). Dall'altra scopre al grande pubblico il Berlusconi meno noto, con episodi inediti anche sulla psicologia dell'uomo: dall'accesa discussione a Villa Certosa con l'allora ventenne figlio Luigi davanti ai suoi amici, alla sfuriata che gli fece lo ieratico Gianni Letta con le urla che rimbalzarono per mezzo Palazzo Grazioli, fino alla lite con Gianfranco Fini durante un pranzo nelle stanze della presidenza della Camera che si concluse con il Cavaliere che ruppe un piatto sul tavolo. Gli episodi, mai resi pubblici prima, sono diversi e rimandano una fotografia anche del rapporto umano e personale instaurato con leader come Vladimir Putin e George Bush. Dopo un G8 a Mosca a cui partecipò Romano Prodi, per esempio, il primo gli regalò un collage con la cosiddetta «foto di famiglia» del summit dove la testa del Professore era ritagliata e spostata in alto, sostituita con quella del Cavaliere. La dedica: «Caro Silvio, quando torni?». Firmato Vladimir Putin. Ma anche con il presidente americano l'intesa era solidissima, tanto che nel 2002 Berlusconi riuscì a portare i due a siglare gli accordi di Pratica di Mare. Gustosissimo l'aneddoto del 2005 sulla telefonata di Bush al Cavaliere per fare il punto sulla presidenza della Banca Mondiale, con Berlusconi che lo mette in attesa per poi dare il via libera a Paul Wolfowitz non sapendo che l'Italia aveva invece già appoggiato un altro candidato.
D'altra parte, con il Cavaliere il corto circuito era all'ordine del giorno.
Due anni prima un altro equivoco, meno divertente, era avvenuto in una suite dell'hotel Millennium di Manhattan, dove quattro agenti della Cia gli fecero una visita molto riservata per mostrargli le presunte prove delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein. Per non parlare dei venti minuti di panico della sua scorta a Mosca, quando una notte decise di entrare da solo in un night club.