Il nome dice già tutto: Italia Domani. Marco Rizzo costruisce il movimento politico del giorno dopo, quello che dovrebbe arrivare quando la «vecchia guerra tra destra e sinistra avrà esaurito la propria funzione». Un progetto che nasce da una convinzione: «Con questa sinistra le cose sono totalmente chiuse. Con la destra dobbiamo vedere». Rizzo critica il centrosinistra dai tempi dell’Ulivo, quando il rapporto tra la sua area politica e la coalizione guidata da Prodi fu segnato da profonde differenze. Oggi quella distanza è diventata incolmabile. E il nuovo movimento nasce anche per raccogliere ciò che, sempre secondo Rizzo, la sinistra ha perso per strada: il popolo.
L’ex comunista ora cambia pelle, senza rinnegare la propria storia. «Io arrivo da una sinistra con Berlinguer ai cancelli della Fiat con gli operai. Oggi la sinistra sta sul carro del gay pride con Schlein». Per Rizzo il problema del Pd è il distacco dal mondo del lavoro. È a questo blocco sociale che guarda Italia Domani. Il progetto nasce attorno a un programma che prova a mettere insieme pezzi della tradizione sociale della sinistra con temi che oggi sono diventati terreno privilegiato della destra. La scommessa è superare la vecchia geografia politica che oggi «è totalmente anacronistica», sostiene. Secondo il leader di Italia Domani oggi il ceto medio scivola verso il basso e la piccola impresa fatica a sopravvivere. È qui che, nella sua lettura, si trova il nuovo fronte politico.
Rizzo parte da una fotografia: «Nel 1991 eravamo la quarta potenza industriale del mondo. Oggi siamo la nona e tra dieci anni saremo al 24esimo posto». Numeri che utilizza per sostenere la necessità di una politica più capace di costruire una strategia nazionale. Il primo obiettivo, dunque, è l’economia. Il secondo è la sicurezza. Non a caso sono i due temi che hanno raccolto il maggior consenso nella consultazione organizzata dal movimento, alla quale hanno risposto 6.500 persone. È soprattutto sulla sicurezza che Italia Domani presenta una linea destinata a parlare anche a un elettorato non di sinistra. La proposta prevede di abbassare da cinque a tre anni la soglia per la detenzione effettiva, costruire nuove carceri e introdurre il lavoro durante la pena. «Chi delinque in Italia deve andare in galera», dice senza giri di parole. Anche sull’immigrazione, Rizzo insiste sulla necessità di garantire la certezza della pena. Sul fronte internazionale il tratto distintivo è la richiesta di pace e neutralità. Rizzo contesta l’invio di armi all’Ucraina e accusa la politica italiana di essersi spinta verso un coinvolgimento sempre maggiore. Ed è sulla guerra che si intravede uno dei punti di contatto con una parte della destra. Quando gli viene chiesto di Roberto Vannacci, Rizzo non nasconde una certa sintonia: «Un generale che dice no alla guerra mi piace». Ma si ferma lì. Nessuna alleanza: «Puntiamo esclusivamente alla discussione programmatica», precisa. La stessa distanza vale nei confronti del governo Meloni. Rizzo riconosce alla premier capacità politica, ma la definisce «molto tattica, poco strategica». E contesta la distanza tra le dichiarazioni sulla sovranità e alcune scelte concrete dell’esecutivo.
Il Pd è il principale bersaglio. Ma anche il campo largo. Rizzo dice che Pd e M5s sarebbero uniti dalla necessità di costruire un’alternativa alla destra. Rizzo guarda a quell’italiano su due che non va più a votare perché non si riconosce nei partiti. È questa la vera platea alla quale punta il nuovo movimento. Il congresso del 3 ottobre, all’Eur di Roma, sarà il passaggio decisivo.
