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Santificato troppo in fretta

Una ferita alla reputazione non si rimargina perché il presunto feritore è stato colpito da altri. Sarebbe giustizia tribale, un baratto tra torto e dolore. La verità non si sconta in contanti morali

Santificato troppo in fretta

Dove sono finiti quei magistrati che il 25 ottobre scorso, nell'aula magna della Cassazione, si alzarono in piedi, commossi, per accogliere Sigfrido Ranucci come un reduce dal fronte? Rivedo la scena. L'assemblea generale dell'Anm ritta sull'attenti, l'ovazione interminabile, e l'ospite, l'unico ad aver inquadrato la situazione: «Il più lungo applauso dedicato a un plurindagato», disse, contando le sue oltre duecento querele. Almeno lui rideva. L'attentato era stato appena promosso al rango di Piazza Fontana: si evocavano gli anni di piombo, le bombe contro la libera stampa. Poi il bilancio: due carcasse d'automobile. Gesto orrendo, odioso, sia chiaro: chi piazza un ordigno sotto la casa di un uomo, con la figlia lì accanto, è un delinquente, punto. Ma tra un delinquente e la Storia corre la stessa distanza che passa tra un petardo di Ferragosto e la strategia della tensione.

E infatti la prima a non prenderla tragicamente sul serio pare la Procura di Roma. Contesta a Valter Lavitola la strage, non tentata, strage e basta, l'ipotesi di reato di Piazza Fontana, e poi lo lascia a piede libero, comodo, a rilasciare interviste al Tg1 come un ministro e a promettere sputi in faccia dalle colonne di Domani a chiunque dubiti di lui. Curioso metro: per l'ipotesi di truffa la stessa Procura ha chiesto e ottenuto i domiciliari di Marione Adinolfi, che infatti si lamenta della disparità, e non ha tutti i torti; con Valterino, invece, si usa la piuma. Tre le spiegazioni possibili. La prima: lo calcolano quale agente provocatore sotto copertura, come nei telefilm americani, e il sospetto, confesso, è venuto persino a me. La seconda: nell'avviso di garanzia è scappata una erre di troppo, volevano scrivere stage, a Masterchef, vista la professione dell'indagato. La terza: stiamo assistendo alle prove generali di uno scherzone da Amici miei, e manca soltanto il conte Mascetti a spiegarci la supercazzola con scappellamento a destra.

La bomba d'amore, del resto, l'ho battezzata io. L'ho detto al Foglio: tra le ipotesi, quella dell'attentato per affetto, architettato dall'amico per gonfiare la fama dell'amico, mi pare la più verosimile, benché i due abbiano vite talmente incasinate che vai a sapere. E il Foglio, che ha orecchio, ci ha ricamato sopra un affresco da commedia all'italiana: il Cefalù Bistrò di Monteverde, il faccendiere-maître che tra un cocktail di scampi e i ricordi di Craxi sussurrava al giornalista «tu diventerai presidente del Consiglio e io sarò il tuo Gianni Letta», sondaggi alla mano. Al bistrot si è autodenunciato cliente perfino Paolo Mieli, che cavalca come un campione di surf qualunque onda con qualunque clima, dai tempi di Potere Operaio a oggi: il vero amico geniale del terzo millennio. Bravo.

E il factotum camerunense, quello che avrebbe reclutato i bombaroli, risulta ora in Camerun a trattare crediti di carbonio con i capi tribù. Sceneggiatura respinta da Age e Scarpelli: troppo inverosimile.

Finito di ridere, però, resta il paradosso, ed è amaro. Ranucci è indagato per diffamazione, con un archivio di querele da record, qualcuna forse pure meritata; eppure si vide circondare da anime belle che proposero di ritirargliele tutte, in segno di solidarietà: il più generoso fu l'amico Storace, ma la logica mi sfugge. Una ferita alla reputazione non si rimargina perché il presunto feritore è stato colpito da altri. Sarebbe giustizia tribale, un baratto tra torto e dolore. La verità non si sconta in contanti morali.

E poi c'è il doppio binario, il più istruttivo. Provate a immaginare la scena a parti rovesciate: Lavitola, pregiudicato, faccendiere, ricattatore del Cavaliere, amico fraterno non di Ranucci ma del sottoscritto, o di Cerno, o di Porro. Cene quasi quotidiane, famiglie che si frequentano, fotografie al ristorante. Il plotone d'esecuzione morale sarebbe già schierato dall'alba, con Report in prima fila a dirigere il tiro. Invece l'amico è Sigfrido, e allora l'amicizia diventa un dettaglio pittoresco: il moralista ha diritto alle sue debolezze, voi no.

Il nostro direttore, Tommaso Cerno, ha scritto la cosa più giusta: chiede a Mamma Rai una puntata di Report su Report. Una ricostruzione «impeccabile, terza, algida», con quel montaggio incalzante e quelle pause drammatiche che trasformano ogni faldone in un'apocalisse imminente, capace di spiegarci come mai le indagini sulla camorra che voleva morto Sigfrido siano approdate a casa del suo migliore amico. Sarebbe lo scoop del secolo, e infatti non lo vedremo mai. Alla Rai, intanto, un prezzo qualcuno lo sta pagando: il dirigente Paolo Corsini, sospendendo le repliche estive, sapeva di esporsi ai colpi a tradimento, puntualmente arrivati. Prudenza dovuta, non censura, checché ne strilli l'interessato.

Io non so come andrà a finire, e mi guardo bene dal fare il giudice: mestiere che, come si è visto in ottobre, comporta troppi applausi.

So soltanto che la solidarietà a Ranucci resta intera, perché le bombe fanno schifo anche quando sono d'amore. Ma la santificazione no, quella la restituisca al mittente. In piedi ci si alza per le vittime. Per i santi, prima, conviene aspettare le carte.

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