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Se il “record” di Elly è merito del record di Giorgia

Sul bavero della giacca, armocromista permettendo, potrà appuntarsi la spilletta della segretaria più longeva del Partito democratico

Sotto processo Elly Schlein alla festa del Pd a Reggio Emilia I riformisti dem criticano la sua resa al leader 5s Conte

Chissà se oggi, 23 agosto, Elly Schlein spenderà un pensiero, anche breve, per i suoi tanti predecessori. Dieci non sono pochi, soprattutto per un partito che non ha ancora spento venti candeline da quando è stato fondato. A recitarli tutti a memoria, i segretari, si fa quasi fatica. È un’impresa per gli appassionati all’argomento. Che temiamo, in tutto lo Stivale, essere meno dei segretari in questione. Alcuni di loro, dopo tutto, hanno guidato, o meglio traghettato, l’armata democratica per così poco tempo che per ricordarli servirebbe l’aiuto da casa.

Ad ogni modo, oggi Elly Schlein taglia un traguardo importante, dicono. Sul bavero della giacca, armocromista permettendo, potrà appuntarsi la spilletta della segretaria più longeva del Partito democratico. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia da quella sera del 26 febbraio 2023 quando, vinte le primarie contro Stefano Bonaccini, se ne uscì tutta sorridente dicendo: «Non ci hanno visto arrivare». Oggi, potremmo, però, aggiungere che da quella seggiola non l’abbiamo vista nemmeno muoversi. Nulla di importante da annotare. E, forse, sta tutto lì il suo segreto per tirare a campare: pressoché azzerata qualsiasi opposizione interna, si è placidamente accoccolata a Montecitorio sugli scranni dell’opposizione in parlamento. Certo, c’è Giuseppe Conte che vorrebbe farle le scarpe alla guida del capo largo. Dopo tutto, non sta scritto da alcuna parte che debba spettare a lei. Ma questo è un altro discorso.

La longevità della Schlein nella guida del Partito democratico si intreccia inevitabilmente con un altro traguardo, questo sì davvero importante. Ai primi di settembre, infatti, la premier Giorgia Meloni potrà vantarsi di guidare il governo più duraturo della storia repubblicana. I due traguardi, ovviamente, non sono nemmeno lontanamente paragonabili. Quello dell’esecutivo va letto nel solco della stabilità politica che all’estero ha reso l’Italia nuovamente un partner affidabile e che internamente ha contribuito a portare il segno più davanti alla maggior parte degli indicatori economici che contano. Nulla è, infatti, meno affidabile di un Paese incapace di garantire continuità alla proprio agenda. Ne sanno qualcosa ormai numerosi Stati europei che ultimamente sembrano cambiare i primi ministri alla velocità della Prima Repubblica italiana.

Forse, nei suoi sogni, Elly Schlein avrebbe preferito diversamente. Chi può dirlo? Magari le elezioni anticipate. O, meglio ancora, come ne beneficiarono alcuni suoi predecessori un bel ribaltone a metà legislatura senza passare dalle urne. Tuttavia, deve ammetterlo, tutta questa storia della stabilità non sta facendo del gran bene soltanto al Paese. Ne sta beneficiando anche lei. Perché un conto è chiacchierare ai giardinetti con Giuseppe Conte di «woke sì, woke no», un altro è guidare il partito e il campo largo in campagna elettorale, vincere le elezioni, salire a Palazzo Chigi e da lì sporcarsi seriamente le mani ogni giorno. E così, stando a ben vedere, questa storia dello stare tranquilla all’opposizione, per lei, non è poi così male. Per il momento si gode il primato nella walk of fame del Partito democratico. Insomma, per preoccuparsi delle cose serie c’è tempo. Un anno o poco meno. Altri mesi che, se non fa passi falsi, può mettere in conto al suo prezioso record.

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