Comprendere. Bisogna comprendere. Si sono predisposti all’ascolto e alla comprensione di tutti i possibili antagonismi e integralismi e figuriamoci se non vogliono capire davvero anche i saccheggi e le devastazioni di Milano.
La sinistra comprende. E pur di non chiamare le cose con il loro nome, pur di non dire che i responsabili delle devastazioni sono i devastatori, dà fondo a tutte le possibili formule retoriche e sociologiche. Ecco quindi le esortazioni a comprendere la rabbia, analizzare le radici profonde, ascoltare il disagio. E questo mentre le vetrine sono distrutte, i frantumi sul selciato e gli agenti feriti.
Le condanne? Rituali e subito seguite da un bel «ma», da un «ragionamento» che va oltre. Succube del riflesso condizionato che le impedisce di distinguere, e che la induce a confondere - in un gran guazzabuglio - i poveri, i rivoluzionari e i violenti, questa sinistra sociologica cerca scusanti per i «giovani» addossando la responsabilità al sistema, al governo, a «noi», alla destra: a tutti - insomma - tranne che a loro.
Li vede arrabbiati, poverini, accecati dallo scintillio di un benessere che li esclude. Li vede come figli di migranti. Li vuole ascoltare, si intenerisce di fronte al video di uno che lascia dei vestiti a un clochard. «Copriti, fa freddo». Luca Casarini a momenti si commuove: «Grazie», scrive. «Invece che giudicare, imparare» il suo monito. Quel gesto individuale e socializzato disegna un orizzonte di novelli «Robin Hood». «Io non mi faccio bastare il giudizio sommario» pontifica il consigliere regionale Luca Paladini, convinto che questi ragazzi siano «tutto e il contrario di tutto».
La sinistra ufficiale non sa che pesci pigliare. Attorno, una gara di vanità e ostentati buonismi. Massimo Giannini incespica su uno «sfogo» che «ci deve essere». «È inevitabile che i più deboli diventino violenti» sentenzia Alessandro Gassmann. Il giustificazionismo dilaga. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano. Luciano Belli Paci di Sinistra per Israele sbotta: «Prima fermiamo le violenze e le devastazioni, poi dialoghiamo». «La difesa della legalità è un valore di sinistra», ricorda evocando una sinistra che seppe far argine alla violenza politica: «Io che non sono mai stato del Pci rimpiango il compagno Pekkioli. Se continuano a giustificare i teppisti la Meloni governerà per 20 anni». E Massimo Recalcati, lucidissimo, su «Repubblica», viene messo a confronto con Daniele Vicari. «I giovani sbagliano a rompere le vetrine - concede il regista - ma gli adulti almeno ammettano che hanno lasciato loro solo questo spazio di manovra». «Guerriglia sempre da condannare ma ascoltiamo le proteste». Si affida a un bel «ma» anche il candidato sindaco Mario Calabresi.
Il Pd pare ammutolito, tra i suoi aspiranti Mamdani e ciò che resta (poco) di una cultura di governo riformista che doveva essere il suo marchio. Ma Recalcati vede bene dove stanno i germi di questa violenza: da un lato nel settarismo di chi ha soffiato sul fuoco dello scontro politico, evocando lo «spettro fascista» contro il governo e finendo per «spostare il conflitto politico sui binari tremendamente pericolosi di uno scontro frontale». Dall’altro nell’odio: il sociologo ricorda come «in questi anni abbiamo sentito a Milano nei cortei pro-Pal non solo sostenere la giusta causa palestinese, ma inneggiare ad Hamas e ad Hezbollah chiedendo in modo esplicito la distruzione dello Stato di Israele». «È possibile - chiede - non vedere che esiste un nesso palese tra quella violenza e quella che devasta le nostre città?». Voci nel deserto.
