Deve essere successo qualcosa dalle parti del campo largo. Fino a poco tempo fa bastava pronunciare le parole cancel culture, politicamente corretto o ideologia woke con una certa dose di scetticismo per finire nell’elenco dei sospetti: reazionari, oscurantisti, nostalgici, quando andava bene. Adesso, invece, la critica agli eccessi iper-progressisti sembra essere diventata improvvisamente presentabile, quasi di moda.
Dopo Giuseppe Conte, ecco Laura Boldrini e Rocco Casalino. Tutti molto cauti, naturalmente. Nessuno rinnega nulla, sia chiaro, nessuno ammette che magari qualche avversario avesse visto il problema con qualche anno d’anticipo. Però iniziano i distinguo. Ed è proprio nei distinguo che in politica spesso si annunciano le retromarce.
La prima è l’ex presidente della Camera. “Al netto di qualche eccesso, sono state fatte necessarie battaglie di civiltà, contro le discriminazioni e il razzismo”, le parole della Boldrini al Corriere della Sera. Fin qui tutto secondo copione. Poi arriva la precisazione interessante: “In Italia l’approccio è stato diverso da quello Usa con slogan non così radicali”.
Insomma: il woke sì, però quello americano era un’altra cosa. Noi eravamo più sobri, più moderati, più italiani. Una specie di politicamente corretto a chilometro zero. Quantomeno curioso: perché per anni proprio dagli Stati Uniti sono arrivati linguaggi, categorie e battaglie culturali adottati con entusiasmo da una parte consistente della sinistra europea. Adesso che negli Usa persino Alexandria Ocasio-Cortez ha preso le distanze dalla prima stagione del woke - definita “folle” - la linea sembra diventata: c’erano degli eccessi, ma noi non c’entravamo poi così tanto.
La Boldrini tiene comunque insieme tutto. “Tutte le forze progressiste”, ha spiegato, “devono mettere insieme diritti sociali e civili, le due cose non vanno in conflitto”. Seguono salario minimo, caro energia, sanità, transizione ecologica, violenza sulle donne, discriminazioni delle persone Lgbtq+ e migranti. Un catalogo sufficientemente ampio da non lasciare indietro nessuno. E per evitare equivoci la deputata dem chiude tornando su Giorgia Meloni, accusata addirittura di aver “giustificato il fascismo” nell’intervista al New York Times. Il porto sicuro della polemica politica, del Duce, quando il terreno culturale comincia a diventare scivoloso.
Ancora più interessante è l’analisi di Rocco Casalino. Sempre al Corriere, l’ex portavoce di Palazzo Chigi non gira troppo attorno alla questione: “Condivido il ragionamento” di Conte. Il woke “ha portato attenzione su discriminazioni e diritti Lgbtqia+, ma alcune estremizzazioni hanno finito per danneggiare la comunità”. E fin qui siamo già parecchi chilometri avanti rispetto a certe discussioni di qualche anno fa.
Casalino va persino oltre. Parla di immigrazione, di estremismo islamico, delle preoccupazioni degli italiani e anche di molti omosessuali: “Mi dispiace che il centrosinistra non parli a chi, nelle periferie e nelle fasce più deboli, vive le difficoltà di un’integrazione tra culture diverse, anche sulla sicurezza”. Poi aggiunge: “Io penso a chi arriva da Paesi dove l’omosessualità o l’adulterio possono essere puniti con la morte. Mentalità così radicate non cambiano attraversando una frontiera. L’integrazione richiede tempo e investimenti culturali”. Parole che, pronunciate fino a ieri da destra, avrebbero probabilmente provocato qualche accusa di “criminalizzazione dei migranti”. Oggi entrano invece nel dibattito del campo progressista. Misteri del calendario elettorale.
Il capostipite di questa improvvisa stagione di revisionismo resta però Conte. È stato il leader del Movimento 5 Stelle ad aprire il dibattito nel centrosinistra italiano, con una lettera a Repubblica nella quale ha parlato apertamente delle degenerazioni della cultura woke, della cancel culture, del “conformismo ideologico” e persino della “repressione della libertà di opinione”. Il punto politico era ancora più netto: il woke, secondo Conte, non può essere “l’ossatura ideologica” di una forza progressista e rischia di trasformarsi in una “religione morale autoreferenziale”.
Il sospetto è piuttosto semplice. Non che a sinistra si sia improvvisamente verificata una conversione filosofica. Più banalmente, il woke è diventato elettoralmente sconveniente. Finchè certe battaglie servivano a mobilitare un pezzo dell’elettorato progressista, criticare il politicamente corretto significava esporsi all’accusa di reazione. Adesso che soprattutto negli Stati Uniti ci si interroga sul prezzo pagato nelle urne, le distanze diventano improvvisamente legittime.
Conte ha fiutato il cambio d’aria per primo. Casalino lo segue e apre il dossier immigrazione. La Boldrini si adegua con maggiore prudenza: qualche eccesso sì, ma in Italia eravamo meno radicali. È una ritirata ordinata, per carità. Nessuno butta le vecchie bandiere dalla finestra: vengono semplicemente ripiegate con cura e sistemate in soffitta. Almeno fino alle prossime elezioni.
