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“Una religione morale autoreferenziale”, Conte si sveglia e boccia il woke

Dopo Ocasio-Cortez, anche il leader del M5s prende le distanze dagli eccessi progressisti. Ma quando li denunciava la destra era “fascismo”

Benvenuto tra i reazionari, presidente Conte. Anche il leader del Movimento 5 Stelle ha scoperto che la cultura woke, quando pretende di diventare un programma politico, non soltanto produce mostri ma allontana gli elettori. Per anni chiunque osasse denunciarne gli eccessi veniva bollato come fascista, razzista, omofobo o nostalgico del Medioevo. Adesso che persino Alexandria Ocasio-Cortez ha ammesso che “Woke 1 was crazy”, dalle parti della sinistra sembra improvvisamente consentito dire ciò che fino a ieri costava la pubblica lapidazione.

In una lunga lettera a Repubblica, Conte racconta di essere rimasto “fortemente perplesso” davanti alle degenerazioni importate dagli Stati Uniti: Omero e Cicerone trattati come suprematisti bianchi, la cancel culture, il politicamente corretto trasformato in censura, l’impossibilità di contestualizzare opere e idee. Una deriva che, riconosce l’ex premier, ha prodotto “conformismo ideologico” e persino “repressione della libertà di opinione”.

Parole ragionevoli. Talmente ragionevoli che, se fossero state pronunciate da un esponente del centrodestra, avrebbero probabilmente provocato editoriali indignati, appelli degli intellettuali e interrogazioni parlamentari sul ritorno del fascismo. Quando la destra denunciava la cancellazione della storia, la sorveglianza sul linguaggio o l’ossessione per le identità, per Pd e Cinque Stelle era soltanto propaganda reazionaria. Ora che il woke ha dimostrato di non portare voti ma di farli perdere, la critica diventa improvvisamente una raffinata riflessione progressista.

L’autoproclamato avvocato del popolo individua persino il problema politico. Il woke, scrive, si è diffuso soprattutto tra “i ceti urbani più istruiti”, restituendo però l’immagine di una sinistra attenta alle grammatiche dell’inclusione e assai meno disposta a occuparsi dei privilegi e delle difficoltà materiali. Tradotto: mentre lavoratori, piccoli imprenditori e famiglie facevano i conti con salari bassi, bollette e servizi pubblici insufficienti, una parte del campo progressista discuteva di pronomi, simboli, parole proibite e feste da cancellare.

È la stessa autocritica arrivata negli Stati Uniti dopo le sconfitte elettorali. Ocasio-Cortez, una delle icone della stagione più radicale, ha liquidato come “crazy” il cosiddetto “Woke 1.0”, spiegando che la retorica utilizzata allora non è più quella di oggi. Una sterzata che arriva dopo anni di battaglie sul definanziamento della polizia, sull’immigrazione e sul linguaggio identitario, diventate un peso per i democratici soprattutto tra gli elettori moderati e popolari.

Conte segue la corrente e arriva alla domanda decisiva: “La cultura woke può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista?”. La sua risposta è cristallina: no. Il woke sarebbe diventato “una sorta di religione morale autoreferenziale”, incapace di offrire soluzioni concrete alle diseguaglianze. Tutto corretto. Ma sarebbe interessante sapere dove fossero Conte e i suoi compagni di coalizione quando questa religione distribuiva patenti di rispettabilità e condanne morali.

Naturalmente il leader pentastellato inserisce una lunga serie di cautele. Ricorda i meriti del movimento nella lotta contro razzismo, sessismo e discriminazioni, poi accusa la destra di averlo usato come “capro espiatorio”. È l’immarcescibile salvacondotto progressista: ammettere che gli avversari avevano visto giusto senza riconoscere loro alcuna ragione.

Alla fine resta il dato politico. Il woke non è diventato improvvisamente sbagliato: è diventato elettoralmente sconveniente. Finché serviva a mobilitare militanti, occupare università e silenziare gli avversari, ogni critica era estremismo. Ora che operai, ceto medio e periferie presentano il conto, anche Conte scopre la libertà di opinione. Meglio tardi che mai. Ma almeno si risparmi la pretesa di averlo capito per primo.

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