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Politica estera

Ocasio e la sinistra, la sveglia sul woke (a passo di bradipo)

L’idolo del liberal Usa: “Pensiamo all’economia”. In Europa siamo ancora in ritardo. A partire dalla Schlein

Personaggio Alexandria Ocasio-Cortez, 36 anni, è una deputata democratica e il volto più noto, assieme a Bernie Sanders, dell'ala progressista del partito

Ride. È quello il dettaglio che resta. Alexandria Ocasio-Cortez è seduta negli studi della Abc, domenica 9 agosto, il conduttore Jonathan Karl le chiede conto di una candidata democratica del Wisconsin che nel 2020 voleva abolire la polizia e le carceri e cancellare il giorno del Ringraziamento, e lei ride. Poi cita un consigliere comunale di New York, Chi Ossé, che tutta la faccenda l’aveva liquidata su X con quattro parole, «Woke 1» era folle. Woke uno punto zero, come un sistema operativo. No, non è veramente un’abiura. È manutenzione.

Il bradipo impiega un mese a digerire una foglia. Scende dall’albero una volta la settimana ed è l’unico momento in cui il giaguaro può prenderlo. Non è stupido, il bradipo, è lento per calcolo, ha fatto i conti e ha stabilito che muoversi costa più che restare fermo. La sinistra americana a quanto pare ha usato la stessa tecnica di sopravvivenza: meglio dormire. Donald Trump ha vinto le elezioni nel novembre del 2016. Sono serviti dieci anni, due sue presidenze, le sconfitte di Hillary Clinton e di Kamala Harris, per arrivare a una risata in uno studio televisivo la domenica mattina. Dieci anni per digerire una foglia.

Il meccanismo dell’autocritica va guardato da vicino, perché è un capolavoro di ingegneria. Ocasio-Cortez spiega che quelle discussioni sulle parole da dire o non dire furono «piuttosto proficue». Salva il contenuto e sacrifica soltanto la lingua, ammette che certa retorica tipica dei giorni del lockdown oggi non si userebbe più, e su tutto il resto tace. Solo che la lingua era l’unica cosa che l’elettorato aveva sentito. Un operaio di Scranton non ha mai letto un saggio sulla «giustizia riparativa», ha sentito due parole, defund the police, togliete i soldi alla polizia, e ha capito benissimo quello che stava accadendo. Le parole non erano l’involucro del pensiero. Erano il pensiero.

Billy Binion, che scrive su «Reason», l’ha detta nel modo più asciutto: se davvero credi che fosse folle, spiega perché guidasti tu la carica. L’impressione è che la fuga dal woke sia solo un ripiegamento tattico. Due giorni dopo si è votato in Wisconsin per le primarie dei Democratici. Francesca Hong, la candidata delle carceri da abolire e del Ringraziamento da cancellare, era in testa nei sondaggi fino all’ultimo tratto e ha perso contro David Crowley, un amministratore di Milwaukee benedetto dal governatore uscente. Ocasio-Cortez è stata preveggente oppure ha capito che non è più una ragazza ambiziosa in cerca di un posto al sole, ma sta rimodulando il suo personaggio per ambire a qualcosa di più grande. È quello che avrebbe dovuto fare Elly Schlein, smarcandosi dalla sinistra «parolaia», soprattutto ora che delle famose sardine non è rimasto neppure l’odore. Si è persa invece nelle lunghe estati del campo largo, dove ogni cosa è un’illusione. Non ha ancora capito che qualcosa sta cambiando. La vecchia sinistra si chiedeva «chi paga» o, se rancorosa e incavolata, «di chi è la colpa», il woke ha messo sul piatto un’altra questione: «come si dice». Non è solo una domanda lontana dalle preoccupazioni di ciò che resta della classe operaia o di un ceto medio in caduta libera, ma ha finito per diventare irritante. È come se a un certo punto la classe dirigente della sinistra occidentale avesse cominciato a distribuire patenti di ortodossia. Ci sono persone che lavoravano, crescevano i figli, si barcamenavano bene o male nelle pieghe dell’esistenza, dandosi da fare, cercando di essere non troppo ostili con il prossimo e non hanno nessuna voglia di sentirsi i cattivi della storia. Quando la sinistra ha cominciato a distribuire sensi di colpa una grossa fetta del suo elettorato, quello magari con meno identità e pure più fortunato in termini assoluti, ha cominciato a guardare da un’altra parte. Si è messo perfino a seguire lo spettacolo d’arte varia di Donald Trump, con le sue improvvisazioni, con la megalomania e il menefreghismo, ma che non ti fa sentire inadeguato. È paradossale, ma tra il miliardario e il «malestante» c’era comunque un terreno comune per capirsi. I profeti del woke parlano invece una lingua che a molti appare come un gioco fine a se stesso, una recita per chi ha troppo tempo e anche il lusso di sprecarlo. Non si può parlare di dignità senza mai lasciarsi scappare, neppure per sbaglio, la parola stipendio.

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