C’è Roberto Speranza che le considera pericolose. E chi invece vede nelle primarie «un segno di speranza», come Graziano Delrio, un big del Pd dal curriculum ricchissimo. C’è chi ritiene, vedi la vecchia volpe Bruno Tabacci , il rito dell’incoronazione del nuovo leader del centrosinistra via gazebo un bagno nel ridicolo e chi, come il governatore dell’Emilia Romagna Michele de Pascale, teme questo eterno rimbalzo fra un cavillo e l’altro, dentro un labirinto di indecisioni, senza mai afferrare una decisione definitiva. Si fanno o non si fanno? Chiuse o aperte? A un turno o a due? Punti di domanda che si accatastano e intanto la disputa si fa impalpabile, quasi semantica, a colpi di aggettivi, sottigliezze, sfumature. Dovrebbero essere una sorta di Palio di Siena, dove pur con qualche spintone e ruzzolone, vince il migliore, si sono trasformate in un gioco dell’oca. Con due contendenti, Elly Schlein e Giuseppe Conte, più alcuni fantomatici outsider, sempre evocati e finora mai scesi in campo, da Silvia Salis a Gaetano Manfredi e a Roberto Gualtieri, vale a dire i sindaci di Genova, Napoli e della capitale. La questione dovrebbe essere sciolta e pure in fretta, invece si aggroviglia sempre più fra il partito del sì, quello del no e pure quello del forse. E tutti combattono dipingendo scenari vari e facendo risuonare le parole come a cercare la profondità del proprio pensiero. Roberto Speranza proprio non le vuole: «Vedo il rischio di un clamoroso autogol».
Strano, perché a sinistra hanno costruito un’intera mitologia sui pellegrinaggi dei militanti alle urne, ma questa è la convinzione dell’ex ministro della Sanità. Speranza vorrebbe scansarle, sarebbero pericolose - questa la narrazione - perché la lotta fratricida consegnerebbe il Paese alla destra: «Rischieremmo di avere primarie durissime e divisive, con il risultato di ridurre la nostra capacità di mobilitare l’elettorato in vista dell’appuntamento che conta davvero». Ovvero, le elezioni. Insomma, lui non ci crede e forse, senza esplicitarlo, il vero pericolo sarebbe la vittoria di Conte. In ogni caso, meglio non provarci dopo averne parlato però per mesi e mesi. Delrio rovescia questa prospettiva: «Le primarie non sono un concorso di bellezza e non ha senso venerarne le ceneri - la prende da lontano - ma bisogna tener vivo il fuoco che ha scaldato i cuori». E ancora: «Le primarie sono state strumento di creazione di una speranza di cambiamento». E non si capisce perché non dovrebbero esserlo anche oggi. Dunque, tutto il contrario del verbo di Speranza che, a dispetto del cognome, vede nero. Proprio come Bruno Tabacci che però sta su un registro fra il drammatico e il sarcastico: «Questa storia delle primarie è ridicola. Le primarie non possono essere una sorta di ordalia, la coalizione non prende forma dalle primarie». Che assomigliano sempre più a un cruciverba senza soluzione. Prima il programma o il leader? «Alle primarie su deciderà su Kiev», provoca all’inizio di agosto Conte. «No, non funziona così - è costretta a replicare con la Schlein - prima il programma, poi faremo le primarie». Le primarie? «Mi spaventa di più il dibattito infinito - afferma de Pascale - Fissiamo cinque priorità e poi facciamole». Sì, ma se si comincia a contare, può essere che l’accordo salti prima ancora di arrivare al mignolo o anche soltanto all’anulare. E allora avanti, e avanti ancora, con i diversi schieramenti che si sfidano disegnando immagini roboanti. «Pericolo». «Ordalia». «Segno di speranza e non concorso di bellezza». Ma così il centrodestra scappa via, senza nemmeno spendere un avverbio.
