Compagni, ci siamo: tra girare senza maglietta e spacciare a Tor Bella Monaca, la sinistra si indigna per la maglietta. È la solita, stanca farsa di una classe politica che preferisce il costume al codice penale. In questo teatro dell’assurdo, Antonio Tajani, l’erede di Berlusconi, è l’unico che prova a riportare il baricentro a terra. Cita Mao Zedong, il padre del comunismo, (ma in realtà è una massima latina del diritto romano) per dire una cosa elementare: «Punirne uno per educarne cento». Non è estremismo, è buonsenso: se il criminale sa che in galera non ci va, continuerà a delinquere. La sinistra «riformista», invece, usa lo Stato di diritto come paravento per l’impunità. Per me, lo Stato di diritto è altro: è il diritto dei cittadini di vedere i criminali dietro le sbarre.
Il Generale Vannacci, intanto, alimenta questo circo di finte indignazioni. Prendiamo lo scandalo del décolleté di Matilde Siracusano: un polverone che aveva come mandante un Generale a caccia di clic, come vittima una donna, e come sponda una sinistra che, fingendo sdegno, fa l’ennesimo favore al suo vero alleato: quel finto estremista di destra che gioca per alimentare la polarizzazione. Si stracciano le vesti per una scollatura che è pure elegante. Dimenticavo, ho l’obbligo di dissociarmi
anch’io in questi tempi di moralismo, perché l’onorevole Siracusano si sarà davvero offesa e mi dispiace. Ma non ha nulla di cui vergognarsi.
È un teatro patetico. Si scandalizzano per un décolleté ma tacciono sul Burqa, la vera prigione ideologica del corpo femminile. Se per difendere il nostro mondo dobbiamo tornare a parlare chiaro, facciamolo. Perché tra un décolleté e un Burqa, la scelta non è estetica: è civiltà.
