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operazione “Black Wood”

Tegola per Gratteri, un altro processo si sgonfia: 60 assolti su 68 imputati

Otto condanne, cinquantatre assoluzioni e sette proscioglimenti. I fratelli Serravalle trascorsero cinque mesi in carcere. L’avvocato: “Ferite profondissime”

L'ennesimo flop di Gratteri: assolti 102 imputati su 181

Otto condanne, cinquantatre assoluzioni e sette proscioglimenti. I numeri della sentenza pronunciata dal tribunale di Crotone raccontano meglio di qualsiasi formula il naufragio del processo nato dall’operazione “Black Wood”, una delle varie maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri durante gli anni trascorsi alla guida della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Scattata nell’ottobre del 2022, l’indagine ruotava attorno alla gestione della centrale a biomasse di Cutro e al presunto impiego di rifiuti illeciti nella produzione di energia. Un impianto accusatorio pesantissimo, accompagnato da 31 misure cautelari e dall’ipotesi che dietro il sistema ci fosse l’ombra della ’ndrangheta.

A distanza di quasi quattro anni, però, la fotografia restituita dall’aula di tribunale è radicalmente diversa. Sessanta imputati su sessantotto sono stati assolti. Circa nove su dieci. Tra loro anche Carmine, Domenico e Salvatore Serravalle, imprenditori appartenenti a una famiglia da generazioni attiva nel settore boschivo calabrese. Numeri sulla scia di quanto registrato recentemente al tribunale di Vibo Valentia per il processo nato dalle maxi operazioni anti ’ndrangheta “Maestrale”, “Olimpo” e “Imperium”.

Per alcuni di loro l’inchiesta non è stata soltanto una lunga attesa processuale. Come evidenziato dal Foglio, i Serravalle hanno trascorso cinque mesi in carcere e altri mesi agli arresti domiciliari, portandosi addosso un’accusa capace di distruggere reputazioni, rapporti commerciali e vite familiari: quella di aver avvelenato la propria terra per guadagnare. Poi sono arrivate le assoluzioni. Solo dopo arresti, conferenze stampa e titoli di giornale.

Le condanne, inflitte a vario titolo per associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, truffe, hanno riguardato Mario Donato Ferrazzo (diciotto anni e sei mesi di carcere), il figlio Francesco Ferrazzo (tredici anni), Francesco Trocino (undici anni e sei mesi). Dieci anni e sei mesi per concorso esterno in associazione mafiosa all’ex luogotenente dei carabinieri forestali Costantino Calaminici. Quattro condanne, infine, per associazione per delinquere: Pasquale Spadafora (sei anni), Domenico Vincenzo Nicolazzi (tre anni), Giuseppe Lamanna e Gaspare Caligiuri (due anni, pena sospesa per quest’ultimo).

Tornando alle assoluzioni, secondo la difesa dei Serravalle uno degli elementi centrali dell’accusa era rappresentato da alcune intercettazioni con un fornitore ritenuto vicino alla ’ndrangheta. Conversazioni che, per gli avvocati, sarebbero state lette attribuendo loro un significato opposto a quello reale: “Le conversazioni non dimostrano affatto un accordo illecito – le parole dell’avvocato Francesco Verri al Foglio – Anzi, dimostrano l’esatto contrario. Si sente chiaramente che i Serravalle raccomandano al fornitore di eliminare impurità, cartacce e plastica dal materiale consegnato, avvertendolo che, se il carico fosse arrivato sporco, sarebbe stato respinto. Non c’è alcun patto criminale: c’è un fornitore che tenta di aggirare i controlli e un acquirente che pretende il rispetto delle regole”.

La sentenza ha restituito agli assolti la loro innocenza. Non può però restituire il tempo trascorso dietro le sbarre, la sospensione delle attività, il marchio pubblico dell’accusa e gli anni vissuti aspettando che un tribunale stabilisse ciò che oggi appare scritto nero su bianco: “La vicenda ha lasciato ferite profondissime. I fratelli Serravalle hanno dimostrato una straordinaria capacità di resistenza, ma ancora oggi non riescono a parlare di quello che hanno vissuto senza commuoversi. Il giorno della sentenza erano tutti presenti in aula. Io sono tornato a casa con la camicia completamente bagnata dalle loro lacrime. Ricordo perfettamente le parole di Carmine Serravalle: ‘Sono felice, certo, ma non riuscirò mai a dimenticare quello che ho vissuto. E’ stato il periodo più brutto della mia vita’. Credo che questa frase riassuma meglio di qualsiasi altra il peso umano di questa vicenda”. È il punto che resta dopo il crollo dell’impianto accusatorio. Una cosa è certa: le assoluzioni chiudono il processo, ma non cancellano il calvario.

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