«Il diritto alla salute prevale sull’attività di impresa». Il provvedimento della Corte d’Appello di Milano non è solo l’11 settembre del siderurgico di Taranto, ma un precedente legale che riscrive le regole del gioco e che definisce una nuova soglia di rischio per tutte le aziende ad alto impatto ambientale e sanitario. Da oggi, nel mirino, finiscono interi comparti industriali esposti al medesimo rischio legale e regolatorio.
Qualsiasi azienda che operi tramite stabilimenti hard-to-abate (difficili da decarbonizzare) o con emissioni significative rischia ora di subire fermi produttivi o perlomeno traversie giudiziarie se cittadini o associazioni dimostrano un danno (o un rischio concreto di danno) alla salute. Potenzialmente nel mirino, la siderurgia e la metallurgia: fonderie e acciaierie su tutto il territorio nazionale
che utilizzano processi produttivi tradizionali altamente emissivi; il settore chimico e petrolchimico: quindi grandi complessi industriali situati vicino ai centri abitati o in aree già classificate come SIN (Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche). Non manca all’appello il comparto del cemento, quindi cementifici che utilizzano combustibili fossili o derivati da rifiuti e che generano polveri sottili ed emissioni di CO2 stimate come impattanti sulla qualità dell’aria locale. Ma anche centrali termoelettriche tradizionali e aziende di gestione e trattamento rifiuti. Una lunga lista di inceneritori, termovalorizzatori e grandi discariche, spesso al centro di accesi contenziosi legali con le comunità locali per l’impatto delle emissioni diffuse. Un’arma pericolosissima in mano agli ambientalisti integralisti, ai signori del no e del Nimby (not in my backyard) che rischia di intrappolare l’Italia con il fondato
doppio effetto di spaventare ulteriormente gli investitori internazionali a operare nel nostro Paese. Storicamente, i monitoraggi dell’Osservatorio Nimby Forum hanno censito oltre 350 opere costantemente bloccate o contestate in contemporanea in Italia. L’energia è il settore più colpito (circa il 70% delle contestazioni totali) e finiscono nel calderone anche le infrastrutture green. In Italia, per autorizzare un impianto eolico o fotovoltaico di grandi dimensioni servono in media tra i 5 e i 7 anni, a fronte di una media europea inferiore ai 2 anni. Uno spettro anche per uno dei settori più nuovi che possa svilupparsi in Italia: il business dei data center e in particolare le infrastrutture energetiche necessarie ad alimentarli..SF
