Il vero congresso democratico si è chiuso al Salone del libro

Fra Veltroni, Fassino, Lerner e tutti gli altri, mai come quest'anno la kermesse editoriale è sembrata una riunione del Pd aperta (solo) agli autori impegnati

Il vero congresso democratico si è chiuso al Salone del libro

dal nostro inviato a Torino

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Lingotto di Torino, giornata conclusiva del Salone del Libro Democratico, ultimo atto del Congresso ombra del Pd, kermesse politico-multimediale che si riunisce a frequenza annuale - con decine di iscritti al programma degli eventi e una nutrita intellighenzia di supporto ideologico - per definire le nuove linee di occupazione culturale del Paese, in ossequio al principio che il potere logora chi non ha un libro da presentare, o da introdurre, o da prefare, o su cui dialogare.
Tra big e delegati del Partito, solo ieri si sono succeduti nelle diverse sessioni del Congresso: Matteo Renzi, Valter Veltroni, Piero Fassino (l'ex sindaco Sergio Chiamparino era invece assente giustificato, trattenuto a Bruxelles dalla nascita del nipotino), Gustavo Zagrebelsky, Alberto Asor Rosa, Gad Lerner, Marco Revelli, Concita De Gregorio, Beppe Severgnini, Ugo Mattei e Salvatore Settis, Daria Bignardi, Serena Dandini, Cristina Comencini e Fabrizio Gifuni, Michela Murgia, Sergio Luzzatto... e, fra gli osservatori esterni,

Michele Vietti, vicepresidente del Csm, che ha partecipato all'incontro «Facciamo giustizia».
Baciata da un timido sol dell'avvenire, molto atteso dopo settimane metereologicamente e sondaggisticamente avverse, la giornata (preceduta, sabato, da un pre-congresso della corrente Espresso-Repubblica che ha visto insieme sul palco il quadrumvirato Scalfari-Saviano-Emmott-Eco), la giornata, dicevamo, si è aperta con le attesissime primarie-editoriali fra Matteo Renzi, fresco autore del libro mondador-berlusconiano Oltre la rottamazione, e Walter Veltroni, stagionato scrittore di E se noi domani, del gruppo Rizzoli-Corriere della sera, nel senso che il primo lo edita e il secondo lo ha già recensito benissimo.

Matteo Renzi - giubbottino, scarpe da ginnastica e sorriso beffardo di quello che sa che il suo futuro è la vittoria - e Walter Veltroni - giacca e cravatta, scarpa inglese e ruga affaticata di quello che sa che il suo passato è la sconfitta - hanno messo in scena, affiancati dai rispettivi uffici-Stampa Mario Calabresi e Massimo Gramellini, la sfida politico-editorial-mediatica più seguita della giornata congressuale. Scontato il giudizio della base-(e) lettorale: brillante, autoironico, paraculo, postideologico il primo; rigido, preoccupato, accademico, arche(ide)ologico il secondo. Un centralissimo Auditorium strapieno e pubblico prevalentemente under 40 per Renzi (slogan del giorno: «Non sono convinto della superiorità della sinistra sulla destra, ma dell'altruismo sull'egoismo»), una Sala Gialla più defilata e pubblico prevalentemente over 50 per Veltroni (slogan del giorno: «Il riformismo non è una passeggiata di salute»). Per entrambi grandi applausi, con molto trasporto per Veltroni che cita la grandezza di Berlinguer e qualche freddezza per Renzi che cita la «umana simpatia» di Berlusconi, e metaforico abbraccio degli (e) lettori. E alla fine, il tradizionale e bipartisan rito democratico del firma-copie.
Intanto, dentro e fuori gli stand del Lingotto, si alternavano conferenze e convenzioni delle varie correnti politico-intellettuali del Partito unico presente al Salone. Ugo Mattei, Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky (che nei giorni scorsi, a un editore che mestamente gli diceva «Avresti potuto venire qui da presidente della Repubblica...», è stato sentire rispondere con sicurezza «Tra sette anni») definivano le linee-guida del ministero ombra della Giustizia parlando sul tema «La Costituzione siamo noi» (in Sala Gialla); il sociologo operaista Marco Revelli e il direttore dell'Espresso Bruno Manfellotto discutevano della crisi delle istituzioni repubblicane stimolati dal paper del Centro Studi Einaudi «Finale di partito» (Sala Blu); e Beppe Severgnini distribuiva, in mala tempora berlusconiani, «Suggerimenti tattici per gli italiani di domani».

E mentre, sulle magnifiche note e progressiste delle musiche di Roberto Vecchioni e Francesco de Gregori, si confondeva il chiacchiericcio superior-moral-democratico delle menti e delle penne più lucide del partito, da Concita De Gregorio in Sala Cinquecento a Gad Lerner in Sala (solo casualmente) Rossa, dalle pasionarie Daria Bignardi e Serena Dandini fino agli impegnatissimi Cristina Comencini e Fabrizio Gifuni, sopra il Lingotto di Torino calavano i primi sondaggi della sera, e una mortale stanchezza del pubblico pensante.

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