L’abate cortigiano tutto rime e genuflessioni

Per la «genuflessioncella» che fece a Maria Teresa d’Austria è diventato il prototipo dell’artista cortigiano. L’inchino in sé era una sciocchezza. Migliaia di sudditi avevano fatto altrettanto prima e dopo di lui. Ma iella volle che a pizzicarlo col ginocchio a terra, fosse quell’implacabile moralista di Vittorio Alfieri che narrò poi l’'episodio da par suo.
Alfieri, che stava smaltendo la sua ipocondria con un lungo viaggio per l’Europa, passò anche per Vienna. Era in forse se andare a conoscere il Nostro che godeva a Corte di grande autorità. Ma ciò che vide, non veduto, nei giardini reali di Schönbrunn gliene fece passare la voglia. Mentre l’imperatrice incedeva attorniata dal seguito, l’abate le andò incontro tutto agghindato. Giunto accanto a lei «le fece la genuflessioncella d’uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, che io - scrive Alfieri - non avrei consentito mai di contrarre né amicizia, né familiarità con una Musa appigionata o venduta all’autorità dispotica da me sì caldamente aborrita». E con questo, l’abate fu bollato per sempre.
In realtà, tutto si riduce al fatto che i due erano agli antipodi. Alfieri era un selvatico giovanotto già preda dei furori protoromantici. Il Nostro, un maturo poeta cesareo che aveva legato la sue fortune al favore dei potenti. Non se ne vergognava, né lo nascondeva. In tanti dei fulminanti versi che lo avevano reso celebre, si trova candidamente espressa la sua filosofia. «Al dovere di vassallo ogni altro cede», «Resiste a Dio, chi al suo maggior resiste», tanto per citarne due.
Era pronto a ben altro, l’abatino, per conservare i suoi privilegi. Quando, da Roma dove era nato 30 anni prima, giunse a Vienna per ricoprire la carica di poeta ufficiale degli Asburgo, il Nostro si recò subito a omaggiare l’imperatore. Era costui Carlo VI, il padre di Maria Teresa, grande ammiratore dell’arte italiana, allora in gran voga. Al sovrano, l’abate doveva il nuovo incarico, la sontuosa rendita di tremila fiorini annui e la gradita insistenza perché accettasse l’offerta. Già per lettera aveva espresso la sua riconoscenza. «Sono consapevole - scrisse a Pio di Savoia, intermediario del sovrano - che quanto mi viene accordato è un puro effetto della beneficenza reale usata a misurarsi con la sua grandezza, non col merito altrui». Alate parole che avrebbero fatto inorridire l’Alfieri. Il quale però sarebbe letteralmente stramazzato se avesse assistito al primo incontro tra il re e il cortigiano. Lasciamone al Nostro la descrizione. «Il Padrone era appoggiato a un tavolino in piedi, con il suo cappello in capo. Feci le tre riverenze prescrittemi, una nell’entrare della porta, una in mezza alla stanza e l’ultima vicino a Sua Maestà; e poi posi un ginocchio a terra, ma il clementissimo Padrone subito m’impose d'alzarmi, replicandomi: “Alzatevi, alzatevi”». Altro che la genuflessioncella di 30 anni dopo con la figlia e erede al trono Maria Teresa!
A Vienna, l'abate trascorse 52 dei suoi 84 anni di vita. Fu al servizio di tre generazioni imperiali, Carlo, Maria Teresa e il figlio di lei, Giuseppe II. Da tutti e tre fu tenuto in palmo di mano. Ricambiò, chiamando «Augusti Padroni», nonno, figlia e nipote, e sé stesso «Cortigiano attaccatissimo». Libero di lavorare, di presentare le sue opere nei teatri imperiali, di avvalersi di scenografi del calibro di Filippo Juvara, divenne, con Voltaire, l’autore che ebbe più fama in vita. Lo stesso Voltaire, in genere tutt’altro che tenero, lo ammirò al punto da dire: «Le sue tragedie sono paragonabili, se non superiori, a tutto ciò che ha di più bello la Grecia». Rousseau di rincalzo: «Il suo genio riscalda il mio». L’abate, cortese e prudente, ricambiava i suoi illustri fan con complimenti decuplicati. Solo Vincenzo Monti che, essendo adulatore al pari di lui, conosceva bene il tipo, scrisse: «Le sue lodi sono troppo sterminate. Il suo giudizio non mi lusinga perché egli ha la viltà di lodar tutto a rotta di collo».
Il Nostro debuttò come poeta a 10 anni tra i vicoli di Roma. Seduto su una pietra accanto all’Oratorio di San Filippo Neri, improvvisava ottave a uso dei coetanei plaudenti. Era un monello con la divina capacità di verseggiare all’impronta. Un giorno, Gian Vincenzo Gravina, professore della Sapienza, si fermò ad ascoltarlo. Folgorato, ingiunse al ragazzino di presentargli il padre. Quando ebbe di fronte Felice Trapassi che esercitava l’artebianca, cioè faceva il pizzicagnolo, Gravina lodò «l’occhio vivace, l’ingegno sicuro e l’amabile attrattiva», del figlioletto. Felice, onorato, chiese il perché della convocazione. «Dammelo. Lo istruirò a mio carico», rispose il docente che voleva da tempo un allievo che gli andasse a genio. Il padre, con qualche lacrimuccia, affidò il figlio all’anfitrione.
Per sette anni, maestro e pupillo furono una cosa sola. Il ragazzo rafforzò il talento naturale con lo studio delle lettere e, alla sua morte, Gravina lo nominò erede di una notevole fortuna. Ma prima di morire fece di più. Trasformò il lugubre cognome di Trapassi, che sa di ecatombe, nel lieve equivalente greco col quale il Nostro è universalmente noto.
Chi era?

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