L’analisi Così la scienza sbugiarda le «sentenze già scritte»

EPILOGO Ora il giallo resterà, a meno di colpi di scena, senza un colpevole

La disciplina che si occupa di stabilire l’epoca della morte si chiama tanatocronologia. Un corpo che ha cessato di vivere va incontro ai cosiddetti fenomeni consecutivi, che si raggruppano in una triade, caratterizzata dal raffreddamento, dall’irrigidimento e dalla comparsa di macchie ipostatiche. Con la morte, un cadavere tende gradualmente a portarsi alla stessa temperatura dell’ambiente che lo circonda in un periodo che va dalle 11 alle 30 ore, con una perdita di calore maggiore nelle prime ore. Molti fattori influenzano il dato, e non si tratta soltanto della temperatura dell’ambiente, ma anche dagli indumenti indossati dalla vittima, dalla sua età, dalla costituzione. Poi c’è l’irrigidimento, il cosiddetto rigor mortis. Le fibre muscolari si contraggono, a iniziare dalla testa procedendo verso i piedi. Il rigor compare dopo cinque o sei ore dalla morte, si diffonde a tutto il corpo dalla settima alla dodicesima ora, raggiungendo il suo massimo dopo 36-48 ore per risolversi dopo 72. Anche qui esiste una variabilità che dipende dalla massa muscolare della vittima, dall’età, dal tipo di morte, da un’eventuale attività fisica precedente il decesso. Da ultimo ci sono le ipostasi, o macchie ipostatiche. Il cuore smette di pompare, il sangue si accumula nelle zone declivi del corpo, che prendono così una colorazione rossastra, ad eccezione delle zone di appoggio che restano bianche in virtù della pressione. Anche le ipostasi hanno un loro ciclo di comparsa e sviluppo, perché si evidenziano dopo due, tre ore, quindi diventano fisse. Schiariscono se si preme con un dito entro 48-72 ore, ma oltre non si modificano più. Certo si aggiungono altri elementi, come la valutazione del contenuto gastrico, oppure la composizione del globo oculare, ma si tratta di elementi ancora più variabili e perciò raffreddamento, rigor e ipostasi restano i capisaldi per stabilire l’epoca della morte, da valutare insieme ai dati rilevati in sopralluogo, e a quelli raccolti dall’esame del cadavere in obitorio. Il medico legale sa che può fornire una stima del tempo tanto più precisa, quanto più precoce è l’esame della vittima. Ma anche se il suo intervento è tempestivo, mai potrà indicare un’ora, ma sempre un range, un intervallo.
E in un caso come quello di Garlasco prudenza impone di fissare la morte di Chiara Poggi in un periodo di «alcune ore». Tra l’altro, nell’ambito della sola medicina legale italiana, esistono scuole di pensiero che trattano il tema «epoca della morte» con criteri temporali differenti. Certo l’omicidio che vede Alberto Stasi come unico imputato sembra trasformarsi sempre più in un rompicapo, caratterizzato dal dibattito sulle prove scientifiche, dalla presenza di tracce ematiche su una bicicletta alla possibilità che Stasi abbia camminato nell’abitazione della vittima senza calpestare una sola goccia di sangue, dalla compromissione di file su un pc all’epoca della morte di Chiara. Che l’individuazione, l’analisi e l’interpretazione delle prove del delitto di Garlasco sia vicenda complessa, è il minimo che si possa dire. Proprio per questo andrebbe a mio avviso aborrita ogni conclusione apodittica, proprio perché non intrinsecamente scientifica, piuttosto utile soltanto ad aumentare la confusione sul caso. In ogni caso, tutti i protagonisti di questa drammatica vicenda ben conoscono l’intervento delle sezioni unite della Cassazione del 2002, recepito poi nell’articolo 5 della legge 20 febbraio 2006 numero 46, quello con cui è stato riconosciuto che si può condannare solo ove l’esistenza del fatto e la responsabilità dell’imputato siano state provate «oltre ogni ragionevole dubbio». Afferma infatti la Cassazione a sezioni unite: «Il rapporto di causalità non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica».

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