L’ingegnere milanese che cambiò la "tazzulella"

Centodieci anni fa Luigi Bezzera brevettò e produsse la prima macchina del caffè espresso

L’ingegnere milanese che cambiò la "tazzulella"

Molti napoletani che rivendicano a priori l’ultima parola sulla famigerata tazzulella e’ cafè non dovrebbero dimenticare che il padre dell’espresso italiano nacque sotto la Madonnina esattamente 110 anni fa. La prima macchina, quella del bar, fu infatti il frutto della mente di un ingegnere milanese, Luigi Bezzera, che brevettò l’aggeggio che avrebbe da lì in poi rivoluzionato una delle abitudini più amate non soltanto dagli italiani. Sotto il Vesuvio potrebbero recriminare molte cose, ad esempio che il caffè della moka, quello fatto a regola d’arte non pressato dall’alto ma riempito a cratere, è n’ata cosa, e addirittura i nostalgici di Eduardo potrebbero affermare che il vero caffè è quello fatto pazientemente con la «napoletana». Chi ha letto la commedia Questi fantasmi ricorderà la preparazione descritta dal grande De Filippo: «Sul becco io ci metto questo "coppitiello" di carta (...) il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperde. Come pure ... prima di colare l'acqua, che bisogna farla bollire per tre quattro minuti, per lo meno, (...) nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, (...) in modo che, nel momento della colata, l'acqua in pieno calore già si aromatizza per conto suo».
Più lombardescamente pragmatico, l’ingegner Bezzera brevettò un marchingegno che in quattro e quattr’otto, tra sibili e sbuffi di vapore, sarebbe stato in grado di sfornare centinaia di tazzine fumanti al giorno. Il brevetto, con geniale intuizione, venne acquistato dall’industriale Desiderio Pavoni che nel 1905, in una piccola officina di via Parini a Milano, avvia la produzione in serie. Una novità assoluta da mettere in mostra per farla conoscere in tutto il mondo. E infatti, la macchina per il caffè venne ospitata alla Fiera internazionale di Milano del 1906. Fu l’inizio di un successo che avrebbe ben presto invaso anche le roccaforti del tè, come Regno Unito e Stati Uniti; fino ad arrivare ai giorni nostri che vedono un consumo quotidiano di 400 miliardi di tazzine in tutto il mondo.
Nel corso degli anni, naturalmente, l’invenzione dell’ingegner Bezzera subì diversi restyling. Nel 1940, un altro grande nome del caffè made in Italy, Gaggia, introdusse le prime macchine a pistone, dove è la forza muscolare dell’operatore su una leva a generare la pressione necessaria. Un accorgimento che avrebbe mandato in pensione il primo modello, quello col vapore prodotto da una caldaia.
A colonizzare il resto del mondo, ci avrebbero pensato gli emigranti italiani, che nei primi anni del Novecento contribuirono a diffondere l’abitudine alla tazzina in Germania, in Svizzera, negli Usa e in molti altri Paesi.
Sulla questione caffè si sono immancabilmente sbizzarriti, nel corso del tempo, anche i nutrizionisti, secondo cui l’espresso del bar è il caffè che contiene più caffeina per unità di peso. Ma non è quello che contiene la quantità più alta di tale sostanza, almeno in valore assoluto rispetto alle dosi abituali. Il caffè fatto con la moka, infatti, contiene meno caffeina di un espresso, ma se ne beve circa il doppio. Lo stesso vale per il caffè all’americana, che i puristi hanno ribattezzato il «bibitone»: una tazza da 180 ml di caffè americano contiene infatti più caffeina di un espresso o di una tazzina di moka.
Rispetto ai tempi dell’ingegner Bezzera, insomma, di caffè sotto i ponti ne è passato parecchio, ma una cosa è certa: Paese che vai, espresso che trovi, e le città italiane non fanno eccezione. Provate, ad esempio, un espresso al bar della stazione di Mergellina...

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