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Letteratura

Amare senza perdersi: il segreto delle relazioni sane

Dalla dipendenza affettiva alla gelosia, dalla paura dell’abbandono alla difficoltà di mettere confini; nel suo nuovo libro lo psicologo Andrea De Simone racconta come costruire relazioni sane senza rinunciare alla propria identità

amore

Quando si parla d’amore, prima o poi ci troviamo quasi tutti a fare i conti con alcune domande; perché ci innamoriamo di alcune persone e non di altre? Possiamo avere paura dell’intimità, diventare gelosi o arrivare a rinunciare a una parte di noi pur di non perdere l’altro? E quanto del nostro modo di amare dipende dal passato e quanto possiamo ancora scegliere? È da questo che parte Ti meriti l’amore. Come costruire relazioni sane e felici senza rinunciare a chi sei (Sperling & Kupfer), il nuovo libro di Andrea De Simone, psicologo e psicoterapeuta specializzato nell’approccio sistemico-relazionale, che da anni divulga la psicologia sui social con un linguaggio diretto e accessibile, costruendo una community di oltre 700 mila persone. Dopo Ti meriti la felicità e Il tuo journal della felicità, De Simone torna a parlare di relazioni e di quei meccanismi spesso invisibili che influenzano il modo in cui scegliamo, ci leghiamo e, a volte, ci perdiamo. Al centro del libro c’è un’idea fondamentale: una relazione sana significa costruire un “Noi” senza cancellare i due “Io”. Intimità e autonomia, fiducia e vulnerabilità possono convivere, se impariamo a riconoscere i nostri confini e quelli dell’altro. Perché il passato può influenzare il nostro modo di amare, ma non deve necessariamente determinare il nostro futuro. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Perché “Ti meriti l’amore”? C’è una differenza tra desiderare di essere amati e sentirsi davvero degni di esserlo?

“Credo che la differenza abbia molto a che fare con il grado di consapevolezza con cui entriamo nelle relazioni e con il modo in cui impariamo a viverle. Desiderare di essere amati è un bisogno profondamente umano. Sentirsi degni di amore è qualcosa di più complesso, perché riguarda l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi dentro le relazioni. Ho scelto il titolo “Ti meriti l’amore” per restituire all’amore una dimensione che spesso dimentichiamo: quella di un desiderio autentico, della dignità personale e della responsabilità con cui costruiamo i nostri legami. La parola “meriti” tiene insieme due significati: da una parte il riconoscersi degni di amore, dall’altra la nostra partecipazione attiva, perché l’amore non è soltanto qualcosa che riceviamo, ma anche qualcosa che impariamo a costruire. Il punto non è soltanto trovare qualcuno che ci ami: a volte il passaggio più difficile consiste nel riuscire a credere che quell’amore possa appartenerci senza dover rinunciare a ciò che siamo”.

Quando ha iniziato a scrivere il libro, cosa voleva arrivasse ai lettori?

“Soprattutto un messaggio di fiducia e speranza. Viviamo un tempo complesso, segnato da precarietà, velocità e molta incertezza, e inevitabilmente tutto questo entra anche nelle nostre relazioni. Non volevo però scrivere un libro che si limitasse a spiegare perché l’amore può farci soffrire. Mi interessava raccontare che possiamo imparare a stare nelle relazioni in maniera diversa. La nostra storia affettiva ci condiziona, ma non ci condanna. Possiamo riconoscere i nostri automatismi, comprendere da dove vengono e costruire legami nei quali stare con qualcuno non significhi perdere se stessi”.

Lei ha una community di oltre 700 mila persone. Abbiamo oggi più possibilità di entrare in contatto, ma siamo davvero più capaci di costruire relazioni?

“Abbiamo moltiplicato enormemente le possibilità di connessione, ma non necessariamente la capacità di costruire relazioni. Una connessione può nascere quasi immediatamente, una relazione ha bisogno di tempo, continuità, attesa, anche frustrazione e della capacità di accogliere ciò che dell’altro non corrisponde immediatamente alle nostre aspettative. Oggi conosciamo forse meglio molti meccanismi relazionali, ma siamo meno allenati a tollerarne la complessità. Sappiamo molto bene come entrare in contatto, dobbiamo forse reimparare che cosa significhi restare in relazione senza trasformare il legame né in una prigione né in qualcosa di continuamente sostituibile”.

Nel libro parla di un “Noi” che non coincide con la fusione. Come si costruisce una relazione senza perdere la propria identità?

“La fusione appartiene, almeno in una certa misura, all’esperienza amorosa. Il problema nasce quando smette di essere una fase del legame e diventa il modo attraverso il quale tentiamo di proteggerlo. Può comparire una fantasia implicita: se siamo una cosa sola, non potrai lasciarmi; se desideriamo le stesse cose, non entreremo in conflitto; se rinuncio a una parte di me, forse il rapporto sarà al sicuro. La fusione può quindi diventare una difesa dalla paura della separazione, dell’abbandono o della differenza. Un “Noi” può esistere davvero soltanto quando continuano a esistere anche due “Io”. Venirsi incontro significa modificare qualcosa dei propri comportamenti senza dover modificare il nucleo della propria identità. La perdita di sé comincia quando l’adattamento diventa progressivamente rinuncia”.

Quanto il nostro modo di amare è legato a ciò che abbiamo imparato nelle relazioni precedenti?

Non sempre ci innamoriamo soltanto di ciò che ci fa stare bene. A volte siamo attratti anche da ciò che, in qualche modo, ci è familiare. Dentro di noi esiste una sorta di memoria affettiva. Le prime relazioni importanti ci insegnano, implicitamente, che cosa possiamo aspettarci dall’altro, quanto possiamo fidarci, quanto dobbiamo fare per essere scelti. Crescendo, possiamo ritrovarci a riconoscere come familiare proprio una dinamica che ci fa soffrire. Questo però non significa che il passato determini inevitabilmente il futuro. Quando cominciamo a riconoscere uno schema, possiamo creare uno spazio tra quello che sentiamo e quello che facciamo. In quello spazio comincia la libertà. Possiamo certamente imparare ad amare in modo diverso. Crescere affettivamente significa non rinnegare la propria storia, ma smettere di essere costretti a ripeterla”.

Si dice spesso che prima bisogna imparare ad amare se stessi per poter amare qualcun altro. È davvero così?

“Credo che rischi di diventare un luogo comune l’idea secondo cui, per poter amare qualcuno, dovremmo prima essere completamente risolti. Nessuno entra in una relazione privo di ferite, paure o fragilità. Amare se stessi non significa non avere il desiderio dell’altro. Significa non chiedergli di diventare l’unica fonte del nostro valore, della nostra identità o della nostra stabilità emotiva. Una relazione sana non nasce necessariamente dall’incontro tra due persone “risolte”, ma tra due persone capaci di riconoscere ciò che portano nel rapporto e di assumersene la responsabilità. Aspettare di essere completamente risolti prima di amare significherebbe probabilmente non amare mai”.

Quando l’amore può trasformarsi in dipendenza?

“Il confine non sta nell’intensità del sentimento. Possiamo amare moltissimo qualcuno senza esserne dipendenti. Il passaggio problematico avviene quando la relazione diventa la condizione necessaria per sentirci interi, degni, al sicuro. Un segnale significativo compare quando la paura di perdere l’altro diventa più importante della possibilità di perdere se stessi. A quel punto si può tollerare ciò che normalmente non tollereremmo, rinunciare ai propri bisogni, vivere costantemente in funzione dell’umore e della presenza dell’altro. Spesso è difficile accorgersene mentre si è dentro la relazione, perché ciò che dall’esterno può sembrare dipendenza viene vissuto dall’interno come amore e dedizione. Una domanda utile può essere: quanto di ciò che faccio nasce dal desiderio di stare con questa persona e quanto dalla paura di non riuscire a stare senza di lei?”

La paura di essere traditi o abbandonati può trasformarsi in controllo e gelosia?

“La paura tende a costruire strategie di protezione. Se temo profondamente di essere abbandonato, posso controllare, chiedere continue rassicurazioni, interpretare ogni distanza come un segnale di pericolo oppure mettere alla prova l’altro. Il paradosso è che i comportamenti messi in atto per proteggere il legame possono progressivamente soffocarlo. Ciò che non riusciamo a elaborare dentro di noi rischiamo di “agirlo” dentro la relazione. Fidarsi non significa avere la certezza che l’altro non ci ferirà mai, ma accettare che amare comporti una quota di rischio che nessun controllo può eliminare”.

Quanto è importante conservare, anche all’interno di una coppia, amicizie, interessi e spazi personali?

È fondamentale, perché l’autonomia non è il contrario dell’intimità. Una relazione non dovrebbe chiedere a due persone di restringere progressivamente il proprio mondo fino a farlo coincidere completamente. Continuare ad avere amicizie, interessi, luoghi interiori e spazi personali permette di portare qualcosa di vivo dentro il rapporto. L’amore maturo non ha bisogno di possedere ogni parte dell’altro per sentirsi sicuro. Per alcune persone, però, il “no” non viene vissuto semplicemente come un confine, ma quasi come una minaccia alla relazione. Hanno imparato molto presto ad associare l’amore alla disponibilità. Un confine autentico non è una sottrazione d’amore: talvolta è proprio ciò che permette alla relazione di non costruirsi sul sacrificio silenzioso di uno dei due”.

Perché mostrare le proprie fragilità può farci paura?

“Essere vulnerabili significa rinunciare, almeno per un momento, all’illusione di poter controllare ciò che l’altro farà di noi. Mostrare una paura, un bisogno, una parte fragile significa consegnare qualcosa che potrebbe essere accolto, ma anche non compreso. Per questo molte persone costruiscono una sorta di armatura: sembrano molto autonome, forti, difficili da raggiungere. Quell’armatura protegge dalle ferite, ma protegge anche dall’intimità. Una relazione viva mantiene anche una quota di curiosità. Le persone cambiano, attraversano esperienze, scoprono parti nuove di sé. Intimità non significa eliminare ogni mistero, ma sentirsi sufficientemente vicini da poter continuare a incontrare ciò che dell’altro ancora non conosciamo”.

Oggi utilizziamo continuamente l’espressione “relazione tossica”. Non rischiamo di trasformarla in un’etichetta per definire rapporti complessi?

Il rischio esiste. “Tossico” è diventato un termine molto diffuso e talvolta viene utilizzato per descrivere qualunque relazione o dinamica dolorosa, conflittuale o semplicemente incompatibile. Ma il conflitto non è necessariamente patologico: una coppia sana non è una coppia che non litiga. Più utile è osservare la qualità e la ripetitività delle dinamiche. Quando prevalgono sistematicamente controllo, svalutazione, manipolazione, paura, isolamento, violazione dei confini o forme di sopraffazione, siamo davanti a qualcosa di molto diverso dalla normale complessità di una relazione. Le parole servono a comprendere; quando diventano etichette troppo rapide e rigide rischiano invece di impedirci di vedere ciò che sta realmente accadendo”.

Quanto è importante educare alle relazioni anche nell’ottica della prevenzione della violenza contro le donne?

“È molto importante, purché si mantenga una distinzione netta: la violenza non può essere spiegata semplicemente attraverso la fragilità affettiva, la gelosia o la paura dell’abbandono, né queste dimensioni possono diventare attenuanti. La responsabilità della violenza appartiene sempre a chi la esercita. Sul piano della prevenzione, è fondamentale imparare a riconoscere precocemente alcuni segnali: il controllo crescente, l’isolamento dalla propria rete sociale, la limitazione dell’autonomia, la svalutazione, la pretesa di decidere per l’altro. Educare alle relazioni significa anche imparare che amare qualcuno non conferisce alcun diritto sul suo corpo, sulle sue scelte o sulla sua libertà. Il confine, da questo punto di vista, non è soltanto un concetto psicologico: è il riconoscimento dell’altro come soggetto”.