Il talento di un poeta è inversamente proporzionale alla lunghezza della sua nota biografica. Quella di Anne Carson è brevissima. «Anne Carson è nata in Canada e si guadagna da vivere insegnando il greco antico». Da ieri, ha anche vinto il Nobel per la Letteratura. Nata a Toronto nel 1950, la Carson ha insegnato, tra l’altro, a Princeton. A Omero – tornato di moda – preferisce i tragici: ha tradotto Sofocle, Eschilo, Euripide; l’ultimo libro edito tra un po’ in Italia – per Crocetti, che pubblica la Carson con lungimirante dedizione –, Antigonick, è una riscrittura dell’Antigone. Attacca così: «Cominciamo nel buio»; Ismene e Antigone si scambiano opinioni su Hegel e Beckett.
Non è una poetessa facile, per fortuna, Anne Carson. Per capire il suo stile pensate a Virgilio mixato a David Lynch.
Un esempio. In Era una nuvola – Crocetti, 2021; in origine: Norma Jeane Baker of Troy, 2019 – Carson riscrive l’Elena di Euripide dando scena a Marilyn Monroe: «La verità è/ che una nuvola andò a Troia./ Una nuvola sotto forma di Norma Jeane Baker./ Furono gli dèi a renderlo possibile, o quasi./ Mi portarono in volo a Los Angeles. Mi rinchiusero in una suite del Chateau Marmont». In un brandello della pièce, Norma Jeane appare «nelle vesti di Truman Capote».
Nell’appendice di Era una nuvola, Patrizio Ceccagnoli intervista Anne Carson; alla domanda sul ruolo dei classici «nella società contemporanea» la poetessa risponde come se fosse la reincarnazione di Cristina Campo: «Invece di preoccuparci della rilevanza dei classici, potremmo riflettere su come rendere noi stessi rilevanti per i classici». I classici non sono “rilevanti”: vivono attorno a noi. Sofocle sul comò; Agamennone che pulisce la vasca da bagno in cui è stato sgozzato.
Anne Carson ha folti capelli grigi che ne accrescono la nobiltà; in un articolo pubblicato sulla London Review of Books due anni fa, il giorno di Ferragosto, s’intitola Gloves on!, ha confessato di avere il Parkinson. «Quando mi è stato diagnosticato il morbo di Parkinson, un sintomo che ho trovato mortificante è stato il letale disintegrarsi della grafia.
Un tempo amavo scrivere sui taccuini – ne ho degli scaffali pieni. Ora i tratti verticali si piegano, si spezzano, spaziano in ogni direzione; le vocali sono macchie informi... il tutto è piuttosto imbarazzante». L’articolo levita in una riflessione sullo “stile”. Di recente, Crocetti ha pubblicato un saggio, Il genere del suono (2026), in cui la Carson elabora una «filosofia del rumore» per esplorare «gli stereotipi di genere». Più che altro, è una vertiginosa indagine sul senso del suono a partire da Aristofane e da Hemingway.
Rettifico quanto detto sopra. La Carson è Saffo – l’ha tradotta in un libro del 2002, If Not, Winter – mixata a Marina Abramovic. La Carson, al contempo, è la poetessa più nuova e più antica di oggi.
L’ho letta la prima volta venticinque anni fa. L’ho letta perché Harold Bloom diceva che Anne Carson era la più grande poetessa vivente in lingua inglese. Diceva che era l’ultimo dei sapienti. All’epoca, in Italia, c’era soltanto un libro di Anne Carson, Autobiografia del rosso. Stampava Bompiani; traduzione di Sergio Claudio Perroni – La nave di Teseo lo ha riproposto come “Romanzo”, chissà perché, nel 2020. Il libro – centrato sulla figura di Gerione, estratto da un’opera di Stesicoro – mi fece un’impressione straniante. È difficile appassionarsi alla poesia di Anne Carson: è una sfida. Mi appuntai il nome sul polso.
Bloom era il mio oracolo, ma l’editoria italiana era impreparata di fronte alla Carson. Pluripremiata nel mondo inglese, in odore di Nobel da anni – troppo facile onorarla ora –, da noi non se l’è filata nessuno. Dopo averle dedicato una copertina su Poesia, nel 2015, Nicola Crocetti ha preso a pubblicarla sistematicamente da cinque anni. La casa editrice Utopia si è concentrata sull’attività saggistica della Carson, traducendo, tra l’altro, il suo primo libro, Eros il dolceamaro, pubblicato quarant’anni fa, nel 1986.
Meriterebbe un Meridiano.
Piuttosto. Il libro più bello della Carson è Vetro, Ironia e Dio (Crocetti, 2023; in origine 1995). In una sezione del libro, La verità su Dio, la Carson fa ciò che deve fare un poeta: disseziona l’Onnipotente. Alcuni versi sono mirabili: «...le pareti esterne di Dio sono di vetro.
/ Vedo un milione di anime arrampicarsi sulle pareti interne/ per sfuggire al Dio in fiamme,// abbandonato». In fondo, la Carson è una visionaria. In un’intervista alla Paris Review ha detto di aver visto Ermes. Era «un autostoppista a cui io e mio marito Currie abbiamo dato un passaggio nel bel mezzo del Michigan, nel nulla più assoluto». Profumava. «Era diretto alla prima biblioteca pubblica lungo la strada, tre paesi più in là». Vestiva di blu.
Quando ha ricevuto la notizia del Nobel, la Carson era in Islanda, Paese di cui è cittadina onoraria. «Ascoltava il vento», ha riferito la segretaria dell’Accademia svedese. Viene in mente Ezra Pound, la chiusa dei Cantos: «let the wind speak». Lascia che parli il vento. I cattivi poeti ascoltano se stessi. I grandi poeti ascoltano il vento.
