Fabbricarsi una casa da sé è una delle più diffuse e oneste aspirazioni umane. Prendiamo un bambino: diamogli una matita e disegnerà una casa, diamogli dei cubi e costruirà una casa, mettiamolo sulla sabbia e si farà un castello. Io suppongo, azzardando si capisce, che ciò sia conseguenza d’un’oscura impressione che il mondo nel quale ci hanno scodellati non sia tanto acconcio, sicché vogliamo in qualche modo proteggercene, e insomma diciamo pure che tutte queste case e casette e castelli altro non sarebbero che il simbolo del grembo materno ove, potendolo, di corsa torneremmo. Poi uno cresce e, a meno che non si metta a far giusto l’architetto o l’ingegnere, non ci pensa più. È la vita stessa che ci allontana dai nostri infantili sogni fabbricativi, e la frustrazione di non arrivare a farsi una casa con le proprie mani si aggiunge indistinta alle infinite altre frustrazioni dell’esistenza. È un caso, una fortuna, se uno ad un certo punto riesce a mettere insieme tutti quei non pochi elementi – denaro, tempo da perdere, attitudini fortemente ottimistiche, eccetera eccetera – che occorrono per farsi una casa da soli. A me questa fortuna è capitata (...). Fu così che, proprio in un posto chiamato Capo Vaticano, ossia in una terra che bene o male ha a che fare con gli arcani dell’universo se ben si bada al nome, io, ancora nella pienezza delle mie forze mentali, mi misi a farmi una casa. Veramente a questa grande soddisfazione della mia vita non arrivai di colpo, ma per approssimazioni successive. Il primo tentativo, ricordo, lo feci nel 1956. Scelsi, della mia terra, il punto che più mi piaceva, una piccola conca chiusa da una siepe di fichidindia, oltre la quale si scorgeva un bel pezzo di mare come in salita, e in mezzo al mare stava magicamente piantata un’isola perfetta per la sua forma, cioè lo Stromboli. Per uno del mio temperamento era il posto più bello del mondo, ove costruirsi una casa. (...).
