«I due Mozart» di Éric-Emmanuel Schmitt (Edizioni E/O, in libreria dal 26 agosto) è un romanzo lieve, da leggersi d’un fiato. L’autore si muove con libertà dentro i fatti storici, concedendosi anche qualche incursione nella psicanalisi. La narrazione resta comunque credibile e rigorosa senza gli svarioni storici che abbiamo visto negli ultimi film a soggetto musicale, da Maestro (Bernstein) a Maria (Callas). Al centro del romanzo c’è il rapporto tra Wolfgang Amadeus Mozart e il padre Leopold, violinista, compositore e autore di un celebre metodo per violino. È lui a intuire il talento straordinario del figlio coltivandolo con una disciplina ferrea. Schmitt lo racconta come un padre convinto di avere ricevuto una missione. «Il talento naturale è un dono che va sprecato senza maestri severi che lo alimentino», dice Leopold. E ancora: «La natura dà le disposizioni, ma solo il lavoro le fa sbocciare. Dio mi ha affidato quel bambino». È probabilmente questa la chiave di lettura più interessante del libro.
In tempi di soft parenting, il romanzo invita a riflettere
su come si coltiva un talento senza disperderlo. La sciatrice Federica Brignone difficilmente sarebbe diventata la campionessa che conosciamo senza una madre come Ninna Quario. Restando nel mondo della musica, viene in mente la pianista Beatrice Rana, cresciuta in un piccolo paese della Puglia, è stata accompagnata dai genitori nel percorso di formazione, dal maestro giusto ai concorsi più importanti, fino alla maggiore età. La lista di casi analoghi è lunga. Tramite i due Mozart, Schmitt ricorda che il talento, da solo, non basta: Mozart non avrebbe scritto la storia della musica senza Leopold.
Il libro racconta anche la scoperta di un altro talento di famiglia, quello della sorella Nannerl, straordinaria clavicembalista. Anche lei rappresenta, in fondo, una prova del metodo Leopold: se Wolfgang era un genio irripetibile, Nannerl dimostra che il padre sapeva davvero formare musicisti. Schmitt ricostruisce con efficacia la figura di Leopold, padre innamorato visceralmente del figlio ma incapace di lasciarlo andare. Come Monaldo Leopardi con Giacomo, teme che il mondo possa sottrargli ciò che ha costruito e continua a intervenire nelle scelte artistiche,
professionali e perfino sentimentali del figlio. Anche se nel Settecento non era certo un’eccezione. Il romanzo segue così tre tappe: l’educazione del prodigio, la dipendenza reciproca e infine la separazione. Prima la felicità per la scoperta del genio, poi la sfida nel valorizzarlo, infine la dolorosa consapevolezza di aver perso il ruolo di guida. Assistiamo al percorso di un bimbo di sei anni che conquista l’Europa come fenomeno prodigioso e che, una volta adulto, scopre quanto sia difficile mantenere vivo il favore del pubblico. Schmitt insiste forse troppo sulle letture psicanalitiche, il rischio è quello di leggere il Settecento con categorie novecentesche. Resta comunque un libro piacevole, che racconta Mozart ma, tra le righe, parla del rapporto tra genitori e figli, del prezzo dell’eccellenza e del difficile equilibrio tra amore, disciplina e libertà. Una storia che, a distanza di oltre due secoli, continua a parlare anche al nostro tempo.
