La voce alla radio non finisce mai di urlare. Hitler parla da ore, nella stanza qualcuno sbadiglia, si alza, augura la buonanotte e se ne va a letto. Poi un altro, poi un altro ancora, finché davanti all’apparecchio resta soltanto un irlandese di trent’anni con un taccuino in mano. È la Germania a cavallo tra il 1936 e il 1937, e quell’irlandese si chiama Samuel Beckett. La scena, che sembra già un suo atto unico, viene dai German Diaries, i sei quaderni riempiti durante il viaggio nel Terzo Reich tra il settembre 1936 e l’aprile 1937: gli unici diari che Beckett abbia mai tenuto, rimasti inediti per quasi novant’anni.
Ad agosto li ha pubblicati Suhrkamp, in un’edizione bilingue di oltre mille pagine curata da Mark Nixon e Oliver Lubrich, con il testo originale inglese affiancato dalla traduzione tedesca di Gaby Hartel. Ad aprile arriverà l’edizione inglese, e i diritti per l’Italia sono già stati acquistati da Einaudi. Il lettore italiano potrà verificare di persona quanto quelle pagine smontino uno dei luoghi comuni più ostinati sull’autore di Aspettando Godot. Beckett sarebbe stato il poeta del vuoto, indifferente alla storia (e infatti non firmava appelli né scriveva romanzi a tesi). I diari dicono altro. Beckett osserva con una precisione che pochi corrispondenti di allora possedevano. Annota la propaganda come un fenomeno di linguaggio prima ancora che di politica, e infila nel suo inglese le parole tedesche del regime come reperti da catalogare (e giustamente ordinati in un impressionante catalogo dall’edizione Suhrkamp). Nei depositi dei musei va a vedere i quadri tolti dalle pareti perché «degenerati», e ne discute con artisti e collezionisti messi ai margini. Incontra tedeschi comuni, spesso nazisti convinti, e ne trascrive i discorsi con la pazienza di un entomologo.
Soprattutto, Beckett capisce le logiche interne del regime. Ripensa alla Notte dei lunghi coltelli, quando nel 1934 Hitler fece sterminare i vertici delle SA, cioè la milizia che lo aveva portato al potere, e ne ricava una lezione che molti diplomatici stranieri ancora ignoravano: un sistema totalitario divora per primi i suoi, e la purga non è un incidente di percorso ma il suo modo ordinario di funzionare. Chi pensava di poter addomesticare Hitler, o di trattare con lui come con un qualsiasi capo di governo, non aveva capito niente. Da qui la sensazione che attraversa i quaderni. Il popolo tedesco gli appare in preda a un’isteria collettiva, ma un’isteria guidata dall’alto, fabbricata e dosata dal potere, che non può non sfociare in una guerra rovinosa. Beckett lo intuisce nel 1937, due anni prima dell’invasione della Polonia, mentre a Londra e a Parigi si coltivava l’illusione che bastasse qualche concessione per placare Berlino.
Ed è qui che la scena della radio rivela tutta la sua forza. L’isteria è ordinata dall’alto, in basso la gente ha sonno. Il discorso interminabile del Führer non trova un popolo in estasi: trova persone ipnotizzate ma stanche. Beckett coglie un dettaglio che la storiografia avrebbe messo a fuoco solo decenni dopo, e cioè che il consenso a un regime non è fatto soltanto di fanatismo, ma anche di abitudine e di stanchezza. Il totalitarismo non ha bisogno che tutti credano; gli basta un’élite; e che nessuno sia così anticonformista da spegnere la radio.
Resta da capire che cosa di quel viaggio sia passato nell’opera. Mark Nixon, che ai diari aveva dedicato uno studio già nel 2011, sostiene che la scrittura scarnificata del Beckett maturo e la sua ossessione per l’autoesame nascono proprio in quei quaderni. Si può aggiungere qualcosa. Una voce che parla senza sosta e non si lascia interrompere attraversa il suo teatro e la sua prosa, fino all’Innominabile, che non riesce a smettere di parlare. Godot, l’uomo atteso che manda messaggi e non si presenta mai, somiglia parecchio a un capo che promette dall’alto un avvenire che non arriva. E Finale di partita, con i suoi sopravvissuti rintanati in un rifugio mentre fuori tutto è finito, sembra illustrare le conseguenze di quella guerra annunciata.
Del resto, pochi anni più tardi, lo scrittore presunto impolitico entrò nella Resistenza francese e per questo ricevette la Croix de guerre. I diari spiegano come ci arrivò: ascoltando fino all’ultima parola un discorso che gli altri avevano lasciato a metà per andare a dormire.
