Sei parole bastano a Michel Onfray per descrivere l’Occidente, nelle prime pagine di Camminare tra le rovine (Ponte alle Grazie): ragione, emancipazione dall’animalità, progresso, senso critico della Storia, scienza, universalismo.Sei pilastri che, messi insieme, formano quello che lui chiama umanesimo, e che oggi, scrive, vengono rovesciati uno per uno.La diagnosi è giusta nel metodo (tornare ai fondamenti per capire il crollo) ma parziale nel merito. Perché due di quei pilastri non sono affatto sotto attacco: sono diventati, semmai, armi. Il progresso, per come lo intendevano gli illuministi, era un limite da raggiungere insieme, un miglioramento condiviso delle condizioni umane. Il progresso che abitiamo oggi è invece un imperativo tecnico senza freno: la medicina che promette di riscrivere il corpo, l’intelligenza artificiale che si propone come sostituto del giudizio, la bioetica ridotta a questione di fattibilità tecnica più che di liceità morale. Non è più un orizzonte, è un motore che non sa più fermarsi, e chi prova a chiedergli conto viene bollato come oscurantista.Lo stesso vale per l’universalismo.Nato come rifiuto del tribalismo, come promessa che i diritti valgano per ogni essere umano in quanto tale, si è capovolto in una macchina di omologazione che pretende di cancellare ogni differenza in nome dell’uguaglianza: lingue, tradizioni, riti, gerarchie di senso che le comunità si sono date nei secoli, tutto va appianato sotto lo stesso standard globale. La cultura woke che Onfray stesso denuncia è figlia legittima di questo universalismo diventato dogma.Ma il vero limite del ragionamento di Onfray sta altrove, e riguarda ciò che manca dal suo elenco. Il filosofo normanno costruisce l’ultimo capitolo del libro attorno a una tesi tagliente: il cristianesimo non avrebbe fatto altro che saccheggiare il pensiero pagano, prendendo da Platone il disprezzo del corpo, dagli stoici il culto della sofferenza, dagli epicurei il modello comunitario. Operazione storiograficamente difendibile, ma che lascia fuori campo una scoperta che i Greci e i Romani non avevano ancora fatto: l’idea che ogni persona, in quanto creata a immagine di Dio, sia inviolabile indipendentemente dalla sua utilità, dalla sua forza o dal consenso sociale del momento.È qui che il paganesimo classico, con tutta la sua grandezza dialettica, mostra il fianco. Aristotele poteva giustificare filosoficamente la schiavitù perché nulla, nel suo sistema, rendeva l’uomo sacro in sé: lo status dipendeva dalla ragione, dalla nascita, dal ruolo nella polis. È il cristianesimo, non il paganesimo, ad aver introdotto il principio per cui neppure lo schiavo, il neonato malato o il vecchio improduttivo può essere trattato come mezzo. Un principio che oggi, in un Occidente che ha conservato l’universalismo ma smarrito il fondamento sacro che lo reggeva, torna fragile: i diritti umani, senza più un’ancora trascendente, diventano oggetto di trattativa continua, revocabili quando la maggioranza cambia idea o quando la tecnica offre nuove possibilità.Si potrebbe obiettare che anche i pagani avevano un loro senso del sacro: templi, oracoli, misteri eleusini, il rispetto per gli dèi domestici. Vero, ma si trattava di un sacro funzionale alla città, non alla singola persona: proteggeva l’ordine, i confini, i riti di passaggio, non il valore intrinseco dell’individuo. Era un sacro che poteva convivere tranquillamente con l’infanticidio dei neonati malformati a Sparta o con l’esposizione dei bambini indesiderati a Roma.Onfray, ateo militante, non può che liquidare questo argomento come superstizione residua. Ma è proprio la sua stessa opera a suggerire, senza volerlo, la risposta: se il progresso e l’universalismo sono diventati pericolosi proprio quando si sono staccati da qualsiasi limite che non fosse la loro stessa logica interna, forse la funzione del sacro cristiano non era un ostacolo alla ragione, ma il suo argine necessario. Non un residuo mitologico da archiviare, ma l’unico pilastro capace di dire, di fronte a ogni nuova tecnica e a ogni nuova maggioranza, che esiste qualcosa che non si può toccare.

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