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Letteratura

La lotta di Narges è una lezione per i vili d’Occidente

Detenzione, massacri, frustate, fosse comuni. La repressione del regime iraniano raccontata da Mohammadi, Nobel per la Pace 2023

Iran, torna in cella la Nobel Mohammadi. Strattonata e arrestata mentre era sul palco

I nemici occidentali dell’Occidente dovrebbero leggere obbligatoriamente il memoir Una donna non si arrende mai (Marsilio, pagg. 588, euro 23) di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023, tuttora reclusa nelle carceri della Repubblica islamica iraniana.

Mohammadi è una giornalista e attivista che dagli anni Novanta documenta torture, esecuzioni e discriminazioni di genere nell’Iran khomeinista, pagando un prezzo altissimo: oltre 44 anni di condanne cumulate e 154 frustate. Nel dicembre 2025 è stata arrestata di nuovo (manganellata in testa e trascinata per i capelli durante una commemorazione a Mashhad), poi trasferita in isolamento e infine in ospedale per un attacco cardiaco avuto in cella. La libertà, per lei, è solo una breve tregua tra un arresto e l’altro.

Il libro racconta un’infanzia già segnata dal terrore: il velo blu annodato sotto il mento a sette anni, la madre che tenta di consolarla («Sei bellissima») mentre la bambina si sente solo brutta e triste, la scoperta al telegiornale che tra i giustiziati dal regime c’è un cugino ventenne, laureato, brillante. Era proibito perfino il lutto per i condannati a morte: la famiglia Mohammadi lo osservava di nascosto, come tante altre famiglie iraniane negli anni Ottanta, quando i processi sommari si celebravano su singoli versetti coranici piegati a legittimare stupri, torture ed esecuzioni di massa, i cadaveri gettati in fosse comuni. È la stessa «Rivoluzione culturale» islamica che vietò alle donne di cantare, persino in privato, e trasformò ogni spazio pubblico (scuole, ospedali, persino le case) in territorio sorvegliato da un potere che confonde Dio con lo Stato.

Colpisce, leggendo le pagine sul carcere di Evin, la parentela con la letteratura del samizdat sovietico. Mohammadi scrive i suoi appunti su taccuini comprati allo spaccio della prigione, li nasconde sotto il materasso, li fa uscire a pezzetti piegati nel pugno di compagne di cella che rischiano l’isolamento per farlo. Un manoscritto intero viene distrutto dalle detenute stesse pur di non farlo cadere in mano alle guardie; va riscritto da capo. Il testo definitivo raggiunge l’editore norvegese Aschehoug solo dopo essere stato ricostruito da amiche fidate. È la stessa geografia della resistenza che portò fuori dall’Urss Arcipelago Gulag di Aleksandr Solgenitsyn o Vita e destino di Vasilij Grossman: il manoscritto clandestino come unica arma di chi non ha altro, la parola scritta che sopravvive alla cella proprio perché il regime non riesce a controllare tutto, nemmeno con le telecamere puntate sui letti a castello. Arcipelago Gulag fu una presa di coscienza per mezza Europa. L’altra metà polemizzò con l’autore. I comunisti italiani, in particolare, si coprirono di disonore, sposando le tesi della censura sovietica.

E qui arriva la lezione che in Occidente si preferisce non ascoltare. Mentre una donna viene bastonata per aver voluto rendere omaggio ai morti di una rivolta, mentre esiste ancora un reato chiamato «canto femminile», una parte non piccola dell’intellighenzia occidentale continua a divagare. Ci sono evidentemente priorità morali superiori alla denuncia di una teocrazia che imprigiona, tortura e fruste le sue cittadine. Guai a distinguere società aperte e società totalitarie, il mondo è bello perché vario, e chi siamo noi per giudicare. L’autocritica sulle colpe coloniali è più importante dell’analisi del presente. Ci si scandalizza per una frase infelice pronunciata a un talk show, ma si tace per anni sulle fosse comuni degli anni Ottanta di cui parla Mohammadi con nomi e cognomi. Si tratta il velo come una scelta identitaria da rispettare acriticamente, non come lo strumento di coercizione che la stessa autrice, da bambina, descrive con la pelle irritata dalla plastica dell’abito d’obbligo.

Il paradosso è che chi in Occidente si vergogna della propria civiltà raramente ha dovuto nascondere le sue opere sotto un materasso. La libertà di parola che qui si maneggia con tanta disinvoltura e un filo di disprezzo, come fosse un lusso decadente, è esattamente ciò per cui Narges Mohammadi sconta oggi diciotto anni di carcere. Una donna non si arrende mai è il titolo, ma potrebbe essere il rimprovero silenzioso rivolto a chiunque, avendo tutto, sceglie comunque di non usare la propria voce, o peggio la usa per compiacere i carnefici, magari convinto di rifilare agli altri una lezione di democrazia. Ma figuriamoci.

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