Il governo si appresta a varare un decreto sul riconoscimento facciale, in recepimento in recep imento dell’Ai Act europeo. In poche parole: il decreto autorizza le forze dell’ordine a raccogliere i dati biometrici, cioè i tratti del volto, di chiunque si trovi in un luogo dove sia prevista un’esigenza di ordine pubblico: una piazza durante una manifestazione, uno stadio, un corteo. I dati restano archiviati sette giorni; se in quel lasso di tempo emerge un’indagine, diventano prova, altrimenti vengono cancellati. C’è poi un secondo livello, più mirato: se un soggetto è già indiziato per un reato, la polizia può incrociare, a posteriori, le immagini delle telecamere di sorveglianza con sistemi di riconoscimento facciale, contestato dal Garante Privacy e dall’opposizione: l’Ai Act ammette il riconoscimento facciale solo a fatto avvenuto, in ricerche mirate su un sospettato preciso. Il decreto italiano, raccogliendo dati “a strascico” da chiunque passi in un luogo sensibile, sposta il baricentro dalla ricerca del colpevole alla schedatura preventiva dell’innocente.
Per il governo si tratta di un aiuto a chi deve svolgere le indagini. Per l’opposizione è un sistema di schedatura e controllo sociale a priori. Per il garante della privacy, il decreto italiano, raccogliendo dati «a strascico » da chiunque passi in un luogo sensibile, sposta il baricentro dalla ricerca del colpevole alla schedatura preventiva dell’innocente.
È qui che il diritto scopre di aver semplicemente tradotto in articoli di legge un meccanismo che l’economia digitale applica da anni, e che la studiosa Shoshana Zuboff ha chiamato capitalismo della sorveglianza: un sistema in cui le nostre esperienze quotidiane, i movimenti, i clic, gli sguardi trattenuti su uno schermo, vengono trasformati in materia prima gratuita, raffinata in previsioni comportamentali che poi si vendono a chi vuole indovinare cosa faremo prima di farlo. Non è la sorveglianza in sé il prodotto, secondo Zuboff, ma la certezza predittiva che se ne ricava: sapere non solo dove sei stato, ma dove probabilmente andrai, cosa comprerai, chi voterai. Questo sistema è una nuova forma di potere: non punta a conquistare le anime ma a modificare i comportamenti, senza coercizione.
Tra i decreti europei e la piattaforma che ci profila mentre cerchiamo un paio di scarpe la differenza è cosmetica: entrambi raccolgono tracce senza un reato o un consenso vero alle spalle, entrambi si giustificano con un bene superiore (la sicurezza, l’esperienza su misura), entrambi promettono che l’eccedenza di dati verrà smaltita, prima o poi, fidatevi. Solo che qui il cookie diventa un timbro dello Stato.
Non stupisce che romanzi e film abbiano già scritto questo copione, con qualche decennio di anticipo sul legislatore. Orwell, in 1984 , conia il termine facecrime : gli agenti del Pensiero leggono sul volto l’indizio di un reato che non è ancora nemmeno un pensiero compiuto. Orwell almeno aveva la scusa della distopia. Noi abbiamo la relazione tecnica in commissione Affari costituzionali. Steven Spielberg, nel film Minority Report , tratto da un racconto di Philip Dick, mette in scena la stessa fantasia con più marketing: il centro commerciale riconosce il protagonista Anderton scansionandogli l’iride e lo chiama per nome mentre gli propone offerte su misura. Per sottrarsi, il protagonista si fa trapiantare nuovi occhi.
Il romanzo che coglie la meccanica esatta, quasi con fastidiosa precisione, è il sottostimato Il Cerchio di Dave Eggers (da cui è tratto l’inquietante, omonimo fim). C’è una scena in cui un ricercato viene individuato e catturato in venti minuti, incrociando migliaia di foto scattate da telecamere e smartphone di cittadini comuni, entusiasti di partecipare al “gioco della caccia”. Nessuno li ha obbligati: è il consenso spontaneo di chi crede che più trasparenza equivalga a più sicurezza per tutti, riassunto nello slogan del romanzo, «il segreto è una bugia», pronunciato senza un briciolo di ironia.
La serie tv Person of Interest completa il quadro con ammirevole nettezza distopica: «la Macchina» scansiona ogni telecamera di New York, riconosce i volti, incrocia i dati, produce in anticipo una lista di persone potenzialmente coinvolte in reati futuri. Non è più fantascienza da citare per abitudine: è quasi la sceneggiatura tecnica di cosa si può fare, nel campo della prevenzione (o del controllo, se preferite) con una Intelligenza artificiale ben nutrita di dati.
Il punto non è se questi autori avessero ragione a temere la tecnologia (ce l’avevano, ma questo non fa notizia). Il punto è che avevano capito, con più lucidità di molti giuristi europei, che la sorveglianza preventiva non ha bisogno di un nemico dichiarato per espandersi: le basta un argomento di sicurezza abbastanza vago da includere chiunque. Tra Orwell e Zuboff, la distanza si è fatta breve. La differenza, semmai, è che nei romanzi la sorveglianza arriva sempre travestita da promessa: di sicurezza, di trasparenza, di comunità.
Nel decreto italiano quella promessa non viene più nemmeno argomentata: basta che il legislatore la dia per acquisita, e che il cittadino, come nel Cerchio , la accolga come il naturale prezzo di una passeggiata in piazza. Con la consolazione, va detto, che il volto si cancella dopo sette giorni.
