Sottosopra. Così ci si sente anche solo a sfogliare il libro fotografico di Alessandro Tesei (Chernobyl Life and Death. Ciò che resta e ciò che resiste a 40 anni dal disastro Magenes, euro 25): 272 pagine da aprire per la metà da un verso quello di Life, ciò che resiste, ma anche ciò che si riprende spazio, come fa la natura con i luoghi non più antropizzati e per l’altra metà da quello per convenzione opposto Death: ciò che resta nella desolazione di un luogo evacuato in emergenza dopo l’incidente della centrale nucleare in territorio ucraino allora appartenente all’Unione Sovietica.
Sono nature morte così vivide da far immaginare la vita. Sfilano infatti culle vuote di un reparto maternità in una cittadina, Pripyat, che godeva di un tasso di natalità altissimo; calchi di dentiere in una clinica, quasi un fossile da modernariato; banchi di scuola con quaderni aperti e una bambola ripiegata su sé stessa, accostamento che potrebbe essere il set di un horror; poi si sprofonda nel vuoto della piscina Lazurny che poi rivive, grazie ai Pink Floyd, nel video del loro Marooned, brano strumentale dal titolo quanto mai appropriato (Abbandonato). Il punto di congiunzione tra le due parti è la Zona di
esclusione, un’area di quasi 2.600 km2, evacuata in seguito all’incidente della centrale poi rinchiusa in un doppio sarcofago (il più recente è il New Safe Confinement). A rimanere nella Zona pochi resistenti irriducibili samoseli e diverse migliaia di addetti alla sicurezza per la gestione del disastro.
Una Zona che è diventata meta di rientri clandestini, poi regolarizzati, e di non pochi affezionati al dark tourism, inquietante incrocio tra desiderio di conoscenza, voyeurismo ed economia del disastro: lo testimoniano i tour ufficiali, con souvenir da portarsi a casa e borse preconfezionate di beni di necessità, le babuska bags, da regalare ai samoseli (in prevalenza baba, nonnine diventate mitiche) a compimento del giro in pulmino con soste cronometrate, rigorosamente solo di giorno.
Magari anche di notte arrivano poi i cosiddetti stalker, un termine che si ispira al fortunato libro di Arkadij e Boris Strugackij (Picnic sul ciglio della strada - Stalker) che sembra prefigurare, 14 anni prima, il disastro del 26 aprile 1986: si immagina, infatti, una zona proibita e contaminata dove si avventura il protagonista, ribelle e clandestino. Un libro che poi ispirò Andrej Tarkovskij per il suo film Stalker. Un libro che ha perfino dato il nome a un grill bar
rimasto aperto tre anni, fino al 2020, a Chernobyl.
Sono prefigurazioni letterarie e cinematografiche alle quali si accostano anche quelle suggerite dall’etimologia del toponimo: Chernobyl infatti significa erba nera e richiama l’assenzio, riportando alla memoria la profezia del Terzo Angelo nell’Apocalisse: si narra di una stella caduta, chiamata Assenzio, che avvelenò le acque. Nella Zona di Esclusione sorge oggi un monumento al Terzo Angelo realizzato dall’artista Anatoly Haidamaka: lo vediamo nell’immagine scattata da Tesei, professionista della fotografia Urbex, ossia dei luoghi abbandonati.
Oggi, in seguito alla guerra con la Russia, la Zona di Esclusione è ancora più off limits. I nomi nel frattempo sono stati cambiati dal russo in ucraino Chornobyl è esempio della mutazione ortografica. Alla radioattività si sono aggiunte le mine. E c’è chi combatte facendosi volontaria a sminare un terreno: Life versus Death.
