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Letteratura

La Fallaci più intima nelle lettere scritte a Monsignor Fisichella prima di morire

Sono lettere in cui ciascuna parola ha un peso, e che ci offrono uno sguardo molto intimo su ciò che la giornalista e scrittrice ha affrontato in quel momento di fragilità

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Il 15 settembre di venti anni fa, Oriana Fallaci moriva a Firenze, la sua città, dove era nata il 29 giugno del 1929. Fra i volumi che la ricordano, ce n’è uno che apre uno squarcio profondo sulla spiritualità di una donna che amava definirsi «atea, ma cristiana»: si intitola La forza della passione, uscirà l’8 settembre per le edizioni Piemme e contiene le lettere, rimaste finora private, che la giornalista e scrittrice aveva scambiato con Monsignor Rino Fisichella. Oltre a essere pubblicato per la prima volta, questo epistolario ha un valore particolare, perché tutto lo scambio si è svolto nel corso dell’ultimo anno e mezzo di vita di Oriana Fallaci, quando ormai era già gravemente malata.

Sono lettere in cui ciascuna parola ha un peso, e che ci offrono uno sguardo molto intimo su ciò che la giornalista e scrittrice ha affrontato in quel momento di fragilità, sui suoi pensieri, sulla sua sofferenza, sulla sua forza e combattività. È il 2 maggio del 2006 quando, da New York, scrive all’amico arcivescovo: «Non ti scrivo da cent’anni, my darling. My very, very darling. Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina. Tutto fluttua dentro la nebbia e in più, a stare seduta, mi manca il respiro, soffoco. Quasi ciò non bastasse, ogni giorno succede qualcosa che mi ruba a me stessa e quando emergo dal nuovo trauma crollo sul letto come un bove al mattatoio. Lì ti scrivo, sì. Ma col pensiero e basta».

Il dialogo con Monsignor Fisichella è una sorta di nutrimento spirituale per Oriana, che confessa in modo commovente, sempre quel 2 maggio: «Era primavera, ricordi, quando ti scrissi per ringraziarti dell’intervista che avevi dato su me e sul Papa. Stavo già molto male. Ma con le tue lettere e le tue telefonate mi tenesti viva fino all’estate. E poi fino all’autunno. E poi fino all’inverno. E poi fino a questa primavera... No, io non devo nulla alle radioterapie e alle chemioterapie. Devo tutto a quella settimana d’estate, a quei due giorni d’inverno, a quel giorno e mezzo di primavera, alle attese interminabili ma consolanti, alle tue parole scritte, alla tua bella voce. Alla tua bontà. Sei tu che mi hai aiutato a vivere. Ed ora, dopo avermi aiutato a vivere, mi aiuti a morire».

È una Fallaci che apre il suo cuore, che lascia intravedere la sua anima senza alcuna remora e che, allo stesso tempo, mostra lo spirito di sempre, quello di una ricercatrice dell’esistenza, pronta, fino alla fine, a farsi domande sulla fede e sull’altrove. Le scrive il religioso: «Sei una donna forte, intelligente, determinata, ma alla fine rimani una bambina indifesa che ha solo il desiderio che qualcuno le tenga la mano».

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