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Letteratura

La voce di Houellebecq: “Non sono un profeta ma con sottomissione...”

Lo scrittore francese a Pordenonelegge: “Oggi ci sarebbero meno possibilità di pubblicare quel mio libro. L’estrema destra che avanza in Francia ha fatto diventare la sinistra ultra cattiva”

Lo scrittore francese Michel Houellebecq ha presentato il suo ultimo lavoro �Si perde sempre� (La Vave di Teseo), al festival letterario PordenoneLegge, Pordenone 20 settembre 2026. ANSA/ANDREA MEROLA NPK

nostra inviata a Pordenone

«È un libro grosso... Bisogna farci qualcosa, con questo libro». Michel Houellebecq prende in mano la sua raccolta di

Tutte le poesie appena uscita in Italia (La nave di Teseo) e scherza sulla dimensione del volume che, in effetti, sfiora le novecento pagine. E così comincia a parlare con i giornalisti (è già questa è una notizia), con l’immancabile parka verde scuro nonostante il caldo ancora estivo, una camicia in jeans blu scuro, mocassini in stile pitone, filiforme, quasi timido, mentre è la superstar di Pordenonelegge, e infatti l’incontro di cui è stato protagonista nel pomeriggio di ieri era strapieno, lunga coda fuori per entrare, grandi applausi all’interno, per uno scrittore che ama pochissimo mostrarsi in pubblico, figuriamoci dire qualcosa.

E invece ieri Houellebecq, anche con i media, non si è risparmiato. Innanzitutto ha raccontato che cosa significhi essere Michel Houellebecq: «È un po’ di tempo che lo sono, anche se non da sempre. Ho scelto questo cognome più di trent’anni fa perché era quello di mia nonna, che amavo molto. All’inizio, la prima cosa che ho pubblicato, quarant’anni fa, erano proprio poesie, però non ero totalmente scemo, e sapevo di non poter vivere solo di quello; ma quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo è stata una decisione strana, perché con la poesia mi sono sempre sentito a mio agio, è sempre stato un linguaggio naturale per me, mentre con il romanzo no. In generale, si può dire che nella poesia ci sia, in nuce, un romanzo potenziale». Che si parli di poesia al festival non stupisce, visto che in questi giorni di Pordenonelegge in città è anche stato aperto un «Palazzo della poesia», per chi cerca fra gli scaffali ciò che di solito è difficile da scovare. Certo ascoltare Houellebecq che dal palco, fra una svapata e l’altra, legge i suoi versi non capita tutti i giorni: sembra quasi sorridere, mentre recita a memoria I colori dell’irragionevolezza o ci ricorda che «esiste, in mezzo al tempo, la possibilità di un’isola» (con l’interprete Livia Bobo, eroica a tradurre per l’intero pomeriggio). E poi fa ridere il pubblico, si autodefinisce «un Rimbaud fallito» e «un romantico deteriorato», precisa che per pubblicare una antologia di poesie sarebbe meglio aspettare la morte dell’autore, racconta che una volta hanno fatto un test con l’intelligenza artificiale, chiedendole di scrivere un brano alla maniera di Houellebecq e che quella di Meta si è rifiutata, perché i suoi testi non sono abbastanza inclusivi. «E invece ChatGpt ha accettato senza problemi. Non è scontato che le macchine vadano d’accordo fra di loro, vedete».

Se qualcuno gli ricorda che i suoi libri e le sue battaglie sulla crisi dell’Occidente sono state profetiche, alza le spalle: «Non mi ritengo un profeta. Direi che sono un po’ sopravvalutato, come profeta. D’altra parte esistono i profeti veri, della Bibbia, che immaginano il futuro per opprimere la popolazione; anche io, in effetti, predico disgrazie per opprimere la modernità, ma sono meno severo di Ezechiele, e meno vendicativo...». Invece ricorda che alcuni scrittori di fantascienza degli anni ’70, loro sì, sono stati profetici: «Molti elementi della fantascienza di allora si concretizzano, come l’Ia, che era del tutto imprevedibile negli anni ’70. Io ho letto moltissima fantascienza da adolescente, e a tutti dicevo di essere un esperto; ma bisogna avere letto davvero molta letteratura di fantascienza per sostenerlo, a differenza di altri colleghi francesi» dice, lanciando forse una frecciatina al suo eterno rivale Emmanuel Carrére. A chi gli domanda se non sia preoccupato per l’avanzata dell’estrema destra in Francia, Houellbecq risponde: «La Francia non è un caso particolare in Europa: la situazione si sta generalizzando. Una delle consuguenze spiacevoli, in Francia, è che la sinistra diventa ultra cattiva. Quando ero giovane, la sinistra era così dominante, dal punto di vista intellettuale e culturale, che poteva permettersi di fare il bello e il cattivo tempo; oggi invece il suo dominio non è più così totale, perciò sorveglia le cose molto di più. Per esempio mi sono stupito di essere stato trattato da fascista, solo perché avevo partecipato a un incontro di un gruppo realista». E l’avanzata dell’Afd in Germania e ai problemi che può creare? «Sembra così, ma l’Italia è pronta a rassicurare il resto d’Europa: non ho la sensazione che sia andata o stia andando verso il fascismo. Ma, se qualcuno ha un’altra opinione, può esprimerla». Magari qualcuno è rimasto deluso, ma l’altra opinione non è stata espressa... Invece, secondo Houellebecq, «oggi le possibilità che un romanzo come Sottomissione venga pubblicato sarebbero minori che undici anni fa. Il problema è che è stato abbastanza profetico: allora l’università in Francia era una zona debole, dove l’antisemitismo aveva più possibilità di attecchire che altrove; e questo fenomeno, oggi, lì si è molto più sviluppato che nel resto della società».

Nella antologia c’è anche la raccolta, inedita in Italia, Si perde sempre: «La lotta che si perde sempre è quella verso la morte. Perché lottare allora? Perché penso che non riusciamo a fare altro, rispetto alla morte: non mi piace il discorso della rassegnazione in questo caso, mi dà sui nervi». E cita Buddha, quando uscì dal suo palazzo e incontrò per strada un vecchio, un malato e un morto e stabilì che tutte queste erano cose cattive. «È buffo che questa constatazione lo abbia portato a fondare una religione, anziché a diventare un medico». O uno scrittore, o un poeta.

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