Lippi fa il fenomeno ma è senza campioni

Che cosa volete sia battere la Slovacchia? Un gioco da ragazzi. Da ragazzi per l’appunto, non da azzurri. Perché dopo due partite abbiamo la miseria di due punti e non abbiamo affrontato squadroni irresistibili, il Paraguay prima e la Nuova Zelanda dopo. Al momento del sorteggio qualcuno aveva detto che meglio di così non poteva capitarci. In verità nessuno poteva sapere e immaginare in che condizioni saremmo arrivati a questo torneo e soprattutto quali sarebbero state le scelte di formazione e di esclusione di Lippi. E così anche la Nuova Zelanda ha fatto il suo figurone, è andata in vantaggio, con un gol in fuorigioco e comunque provocato dal panico consueto della nostra difesa, è stato raggiunto da un rigore abbastanza generoso, per non dire inesistente, concesso dall’arbitro guatemalteco.

Per il resto una delusione totale, una confusione dovunque, dietro, in mezzo, davanti, errori tattici ripetuti dall’allenatore, il ruolo di Marchisio imbastardito sull’out di sinistro, poi riportato a destra e quindi spedito nello spogliatoio alla fine del primo tempo, Pepe bocciato non si sa bene perché ma con evidenti limiti tecnici (il dribbling resta un mistero della fede), giro di attaccanti, anzi tutti in campo con uguale risultato, zero gol su azione, molta generosità, molta passione ma niente qualità, niente lucidità di gioco. Contro un avversario tutto fisico sarebbe stato logico giocare sulla tecnica, sulla velocità di scambi, insomma sul gioco «latino». E invece, con il passare dei minuti, la Nuova Zelanda si è rinchiusa nella sua metà campo e gli azzurri hanno tenuto il pallone, per paura e depressione, sviluppando azioni a ritmo lentissimo, con rarissimi uomini pronti a smarcarsi e a muoversi in senso orizzontale. Lampi di broccaggine in momenti di noia mortale. Totale: quali uomini finora hanno dimostrato di essere da mondiale: tre, quattro al massimo, Chiellini, De Rossi, Montolivo che non avrebbe giocato, se Pirlo non si fosse infortunato. Potrei aggiungere Criscito e l’orgoglio di Zambrotta, ma siamo all’acqua tiepida. Poi c’è la doccia fredda di quelli che sono al tramonto o alla frutta, come già evidenziato durante il campionato, Cannavaro e Camoranesi, fra questi, entrambi «tagliati» dalla nuova Juventus di Delneri ma promossi dalla vecchia Italia di Lippi che ieri ha mandato in gioco cinque juventini reduci da una stagione fallimentare.

Non si può vivere di rendita, il campo sta dando altre risposte e, purtroppo, come accade puntualmente quando mancano i risultati, gli assenti hanno ragione. Balotelli, Cassano, Totti avrebbero sicuramente dato qualcosa di più, almeno un’idea, una giocata imprevista e imprevedibile ma Lippi ha scelto la strada della riconoscenza e del puntiglio, seguendo il proprio carattere presuntuoso, ha allestito la «sua» nazionale e non la nazionale del campionato. Ieri ha ribadito di non aver lasciato a casa «fenomeni». Non pensi di essere lui un «fenomeno».

I latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci ma qui non c’è nemmeno l’ombra del rischio, dell’azzardo e non si può nemmeno sperare che sia sempre la sorte con la «c» maiuscola a risolvere i nostri problemi. Lippi pensa a Berlino e ricorda l’Italia del 1982, trionfante dopo i tre pareggi iniziali, ma finge di ignorare che in Spagna si trattava di campioni veri, figli del campionato e del mondiale argentino e quattro anni or sono la squadra era composta da nove giocatori che provenivano dalle prime quattro squadre in classifica, 5 della Juventus, 2 del Milan, 1 dell’Inter e 1 della Fiorentina. Oggi Lippi schiera titolari 2 soli uomini, De Rossi e Zambrotta, delle prime quattro squadre in classifica. Qualcosa nel calcio significa, al di là dell’arroganza e dei capricci del cittì viareggino. È una squadra con un passato sicuro, un presente incerto e un futuro senza speranze. Non ci resta che pregare. E segnare un gol. La cosa più logica del football. Sembra la più difficile

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