Logica islamica: per la madre Sanaa se l’è cercata

nostro inviato a Pordenone

«Perdonarlo? Ha detto che perdona il marito dopo che le ha ammazzato la figlia? Ma questo è inaudito, è inconcepibile, è gravissimo. Qui non siamo mica nel deserto del Sahara! Ma come? Invece di dare un segnale forte e inequivoco nei confronti delle donne musulmane che vivono soggiogate dai loro mariti, questa signora… No,mi dispiace. Io non ho il potere di espellerla, ma una cosa gliela voglio dire bella chiara: una persona così, nel mio Comune, è una persona indesiderata».
Il sindaco di Azzano Decimo, il leghista Enzo Bortolotti, è in collera. Gli daranno del razzista, ma al sindaco famoso per aver firmato la prima ordinanza «anti burqa» (vuoi girare col volto coperto? Raus!) non gliene frega niente. Ha l’appoggio della sua gente, e tanto gli basta.
Ma come si fa a dirlo a Fatna Sharok, 39 anni, la mamma di Sanaa, che ad Azzano non la vogliono più? «El Ketawi è mio marito, abbiamo altre due figlie: che devo fare? Ha sbagliato, ma ha sbagliato anche Sanaa ad andarsene di casa... », geme lei, sorvegliata a vista dall’imam di Pordenone e dal cognato Mohammed, arrivato fresco fresco da Casablanca. Ma poi: è proprio vero che Fatna non potrà più tornare a casa, che è «indesiderata»? Andiamo, Bortolotti... «Ma no, dài - sbuffa il sindaco, ora che ha smesso di schiumare -. Il Comune si occuperà di questa famiglia, è anche nostro dovere tutelare i minori. Però la devono capire. Siamo in Friuli qui, mica a Marrakech».
Fatna Dafani, nata Sharok, andata sposa a 17 anni, è una donna corpulenta, massiccia, come spesso sono le donne musulmane alle soglie dei quaranta. Vestita di una jellaba color viola da cui spuntano solo gli alluci, il volto largo, dai lineamenti marcati, stretto da un velo violanero, Fatna si è rifugiata con le bambine che le sono rimaste (una di sette, l’altra di quattro anni) a casa di amici, gente del suo Paese, in una palazzina popolare a Villanova di Pordenone.
Parla poco, gli occhi colmi di sospetto, di diffidenza, e si capisce lontano un chilometro che ripete le cose che le hanno detto di dire suo cognato Mohammed e l’imam Ouatik, che la piantonano. Sono loro, i maschi, che dettano la linea. È sempre stato così a casa di Fatna, laggiù, in Marocco. Sono i maschi che comandano, che decidono. Sono i maschi, anche stavolta, che argomentano, che spiegano, che suggeriscono. Lei ripete come un povero pappagallo ammaestrato. «Sanaa da noi stava bene. Mio marito - detta nel suo italiano stentato - solo non voleva che Sanaa usciva la sera con ragazzi. Sanaa ha sbagliato ad andarsene di casa, a vivere con quel ragazzo. E ha sbagliato mio marito a fare quello che ha fatto. Ma è mio marito, è il padre dei miei figli, siamo sposati da 22 anni. Che senso avrebbe non perdonarlo?».
La religione diversa, la differenza d’età: niente di tutto questo, giura Fatna. «Quello che mio marito non sopportava era che Sanaa non era più a casa, e non sapevamo dove dormiva». Lei però non ha mai sospettato. Anche il giorno che ha visto uscire di casa El Ketawi con gli occhi torvi, il coltello in tasca, non sapeva, non ha capito. E neppure era sporco di sangue, quando rincasò. Quanto al suo presunto dispotismo: «Non è vero, mi lasciava venire a Pordenone da sola, col pullman... ».
Mohammed Dafani, 53 anni, tre figli, cognato di Fatna, abita a Preganziol, vicino Treviso, da trent’anni. Era a Rabat, quando è accaduta la tragedia. E fra qualche giorno, quando il giudice gli darà il permesso, ci tornerà, con la salma di Sanaa. Se la portano a casa, in Marocco. È Mohammed, camionista di mestiere, che ha elaborato insieme con il molto reverendo imam di Pordenone la linea di difesa. «Mio fratello non stava bene da quattro mesi. Forse era malato», dice toccandosi la tempia destra con l’indice. «Non mangiava, era sempre nervoso, solo fumava tanto. Mio fratello ha sbagliato, ma ha sbagliato anche quel ragazzo, Massimo De Biasio, a portarsi via Sanaa. L’aveva sequestrata, le aveva mangiato il cervello».
L’imam Ouatiq, la barbetta in tumulto, si intromette, sorridendo diplomatico. Capisce che il fratello di El Ketawi le sta sparando grosse, e corregge: «Qui non stiamo giustificando il gesto del papà di Sanaa. Ma questa tragedia si poteva evitare se il giovane italiano fosse venuto a casa, a presentarsi, a chiedere la mano, come si usa fra noi. Invece... ».
«Invece due giorni prima di martedì Sanaa parla con madre - interviene Mohammed Dafani, il lampo dell’astuzia negli occhi -. Madre dice a figlia: vieni a casa. Ma Sanaa risponde: non mi lascia venire». Sì? Sì, dice Fatna. Sì, dicono le teste degli altri due. Dunque un padre, invece di «liberare» la figlia le taglia la gola. Sì? «Lui malato», dice il fratello, e la solfa ricomincia.
Dal suo letto d’ospedale, Massimo De Biasio smentisce. «Se vi vedo insieme vi ammazzo, le aveva scritto in un messaggio sul telefonino. Ma come fai a pensare che possa succedere davvero?», racconta il giovane, rimasto ferito nel tentativo di difendere Sanaa dalle coltellate di El Ketawi. La religione, la mentalità, la gelosia di un padre come se ne vedevano al Sud, da noi, negli anni Cinquanta, Sessanta: ecco i motivi della tragedia, per Massimo. Però... «Però uno non può pensare di venire in Italia con i figli, vederli crescere qui, in questo mondo per loro nuovo e diverso, e pensare che non possa nascere un sentimento tra ragazzi e ragazze di culture diverse. Se uno ragiona così, è meglio che se ne stia a casa sua».