Non c’era un accesso abusivo alle banche dati della Guardia di Finanza. Non c’era una rivelazione illecita di segreti d’ufficio. E non c’era quella deviazione dai compiti istituzionali che aveva trascinato il generale Cosimo Di Gesù nell’inchiesta sui dossieraggi Equalize. Prima il trasferimento del procedimento da Milano a Roma per competenza territoriale, poi la richiesta di archiviazione della Procura capitolina, infine il decreto del gip Paola Petti: «Il fatto non sussiste».
Per comprendere cosa è avvenuto bisogna tornare al marzo 2020. La Lombardia è travolta dalla pandemia, alla Fiera di Milano si costruisce un ospedale Covid e gli affidamenti procedono con regole straordinarie. Enrico Pazzali, allora presidente della Fondazione Fiera Milano, teme infiltrazioni criminali nelle forniture e chiede a Di Gesù di verificare alcune imprese. La Guardia di Finanza consulta le proprie banche dati e trasmette informazioni sommarie. Cinque anni dopo, quelle comunicazioni riemergono dalle chat sequestrate a Pazzali e diventano materia d’accusa.
È qui che la ricostruzione giudiziaria mostra la sua fragilità originaria. Il difensore del generale, l’avvocato Grazia Volo, documenta che Pazzali aveva chiesto analoghi controlli anche al procuratore Francesco Greco e all’aggiunta Alessandra Dolci, che aveva incaricato il colonnello della Dia Armando Tadini di svolgere verifiche sulle imprese. Lo stesso ufficiale lo ha confermato alla difesa. C’è di più. Il 17 marzo 2020 il maresciallo Tommaso Luongo prepara una bozza di protocollo tra Regione Lombardia, Fondazione Fiera Milano e Guardia di Finanza per vigilare sugli appalti. Il giorno successivo Di Gesù la trasmette al generale Giuseppe Arbore, responsabile delle operazioni del Comando generale. La convenzione non sarà perfezionata per l’urgenza dei lavori, ma quelle email documentano un’iniziativa istituzionale, non un’attività clandestina. I pm romani distinguono ciò che l’accusa iniziale aveva sovrapposto: l’informalità delle comunicazioni e la loro eventuale illiceità penale. Non emergono prove di divulgazione di atti segreti né di accessi compiuti per finalità estranee al servizio.
Cosimo Di Gesù ha trascorso una carriera a dare la caccia ai corrotti e a impedire che le mafie mettessero le mani sugli appalti. Nel marzo 2020 ha fatto ciò che sapeva fare: controllare chi potesse approfittare di un’emergenza. Per questo è finito sotto inchiesta, con il suo nome trascinato nel fango dei dossieraggi. Il fatto non sussiste.
