C’è qualcosa di quasi vertiginoso nella parabola di Adriano Cappellari. Tutto comincia a Enego, nel Vicentino, dentro una vicenda politica pressoché locale: una segnalazione a Report sugli ex amministratori comunali, le polemiche, i rapporti sempre più tesi con la minoranza.
Poi, nel racconto dello stesso Cappellari, arriva la paura. E da quella paura quattro lettere minatorie. A quel punto, però, Enego non basta più. Nelle lettere compaiono Caivano, Giorgia Meloni, don Maurizio Patriciello. Il giovane aspirante giornalista diventa il cronista minacciato; la storia arriva sui giornali, intervengono la politica e le istituzioni. Quella che era nata come una contesa di paese assume improvvisamente i contorni di una storia nazionale: la criminalità, la libertà di stampa, l’antimafia. Infine, l’attentato incendiario davanti al cancello di casa. Nei giorni scorsi la confessione: «Mi sono inventato tutto». Una confessione che fa saltare in aria non soltanto la vicenda di Enego, ma anche il personaggio che, nel frattempo, Cappellari aveva costruito attorno a quella vicenda: il giovane giornalista minacciato per il suo lavoro, finito nel mirino mentre raccontava la criminalità e le battaglie per la legalità. La Procura di Vicenza gli contesta incendio, calunnia, simulazione di reato e procurato allarme. Ma la confessione di Cappellari apre probabilmente un fronte che va oltre quello meramente giudiziario.
Un aspirante giornalista aveva smesso di raccontare una storia e ne aveva fabbricata una nella quale il protagonista era lui. Il passaggio decisivo non è soltanto quello dalla verità alla menzogna, ma quello dall’insignificanza alla centralità. Per un giovane cronista, diventare improvvisamente il centro di una storia significa passare dall’altra parte del taccuino. Cappellari, in poche settimane, ha ottenuto esattamente ciò che nella social media society molti inseguono per anni: attenzione, solidarietà, notorietà. Una storia personale capace di trascinare con sé la politica, la criminalità, la libertà di stampa. Ora sarà la giustizia a stabilire le conseguenze penali di quanto accaduto. Resta però l’amarezza nelle parole di chi, più di tutti, aveva riposto fiducia in Cappellari. «Chiamatemi ingenuo, ma non credevo che un giovane perbene e dalla faccia pulita potesse essere un mitomane», ha dichiarato Don Patriciello.
