«Questi erano gasati da un pubblico ministero che lo voleva morto», racconta agli amici un avvocato dopo essere stato interrogato dalla Guardia di finanza su delega del pm bergamasco Emanuele Marchisio. «Più volte abbiamo ricevuto pressioni da parte del pm volte a dire: voi dovete denunciare Cerea, non mi interessa per cosa, denunciatelo, io vi archivio subito». E ancora: «Erano animati da uno spirito di vendetta».
Lo sfogo dell’avvocato è stato registrato. Adesso fa parte della denuncia che uno dei veterani del diritto penale italiano, Oreste Dominioni, per decenni docente a Milano, ha presentato alla Procura di Venezia, competente per i reati commessi dai magistrati di Bergamo. Già due volte Venezia ha archiviato le denunce contro Marchisio, e almeno in un caso la motivazione è stata sorprendente: il magistrato Marchisio non conosceva la legge. Ora il procuratore di Venezia è cambiato, Dominioni spera in meglio, e nel frattempo investe della pratica anche il ministro della Giustizia. Perché l’interrogatorio raccontato dall’avvocato non è un caso isolato. Il pm Marchisio, quello che (secondo la registrazione) voleva morto un indagato è lo stesso che ha commesso uno dei peccati più indigesti per l’avvocatura: ha intercettato le conversazioni tra un cliente e il suo difensore, facendo irruzione in un segreto sacro quanto il confessionale. E nella denuncia appare un’altra accusa interessante: il pm avrebbe dimenticato di depositare agli atti delle indagini documenti utili alla difesa. Ma va ricordato che per aver fatto la stessa cosa, un assai più noto pm milanese è stato recentemente assolto dalla Cassazione.
Tutta la vicenda ruota intorno a un ricco imprenditore e collezionista d’arte, Gianfranco Cerea, e al suo utilizzo irregolare della voluntary disclosure del 2016: Cerea ammette e patteggia. Ma ormai il collezionista è nel mirino della Procura. Un giovane praticante dello staff difensivo viene persino convocato e torchiato per ore, «erano cinque contro uno, mi hanno fatto sentire un delinquente, ho capito il metodo Di Pietro». Il praticante viene anche intercettato, come tutti i suoi colleghi «sono state eseguite intercettazioni telefoniche e ambientali a tappeto a carico di tutti gli avvocati che si sono succeduti nella difesa». Ma quando il pm bergamasco viene indagato per intercettazione abusiva, i colleghi lo prosciolgono perché la decisione di mettere sotto controllo i legali «è stata adottata nel pieno convincimento di una corretta modalità interpretativa» delle norme in vigore. Ovviamente la «modalità» non era affatto corretta, andava contro persino alle sentenze della Cassazione, ma Marchisio viene prosciolto. In realtà, nella denuncia erano indicate altre intercettazioni abusive di colloqui tra Cerea e i suoi legali: ben tredici conversazioni che la Procura di Venezia secondo Dominioni si è semplicemente dimenticata di esaminare: «Notizie di reato mai nominate e passate sotto silenzio, trascinate nell’oblio dell’archivio».
