A controllare le tasse degli italiani potranno essere d’ora in avanti tedeschi, ungheresi, lettoni e quant’altro, stranieri d’ogni origine purché con un passaporto dell’Unione europea. E insieme a loro a venire assunti all’Agenzia delle Entrate saranno pure extracomunitari arrivati in Italia anche clandestinamente, ma che abbiano ottenuto lo status di rifugiato o almeno la cosiddetta «protezione sussidiaria». Una sentenza del tribunale di Milano spalanca le porte del concorso per le assunzioni all’Agenzia anche ai non italiani, dichiarando «discriminatorio» il bando che riservava agli italiani la partecipazione al concorso per l’assunzione di 622 assistenti. I termini del bando andranno riaperti, e per ogni giorno di ritardo l’Agenzia dovrà pagare una multa di cento euro (all’Agenzia stessa, si immagina).
Il ricorso era stato presentato dallo staff legale della Cgil e dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, specializzata nell’assistenza legale agli extracomunitari, ed è stato accolto dal giudice del lavoro Luigi Pazienza. Potrebbe fare un certo effetto immaginare che una funzione delicata come quella di vigilare sulle tasse (e quindi sui portafogli) degli italiani possano essere affidata a stranieri. Ma la stessa apertura, su iniziativa degli stessi avvocati e per decisione dello stesso tribunale, è arrivata l’anno scorso in un settore ancora più delicato: il ministero degli Interni, cui un altro giudice ha ordinato di aprire il concorso per 1,248 funzionari anche a aspiranti senza passaporto tricolore.
Già in quella sentenza si trovavano buona parte delle argomentazioni che hanno portato alla condanna dell’Agenzia delle Entrate. Il giudice aveva ammesso che la legge del 2001 prevede espressamente il divieto di accesso degli stranieri ai posti pubblici che prevedono «esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero la tutela dell’interesse nazionale». Ma quali sono questi posti? La stessa legge prevedeva che il governo stilasse un elenco delle funzioni che nell’interesse del Paese vengano riservate ai suoi cittadini. Questo elenco non è mai stato emanato. E così per ordinare di aprire il bando del Viminale anche a europei e rifugiati il tribunale aveva tradotto il vasto concetto di «esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri» a quello, in realtà assai più ristretto, di «poteri autoritativi». Solo per gestire i «poteri autoritativi», dice il tribunale, serve la cittadinanza italiana. Per tutte le altre funzioni, concorsi liberi a tutti: con possibilità di accedere al ministero, alle Entrate. E ai loro computer.
