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Magistratura

Abusi sulla 13enne. Torna in carcere il bengalese liberato dal giudice

Il Riesame dà ragione alla Procura: non è sufficiente l’obbligo di firma per l’uomo che ha molestato la ragazzina

La scritta, fatta con la vernice verde, è comparsa nelle scorse ore: �?Pedofilo infame�? si legge sulla saracinesca del minimarket di Borgo Vittoria dove, sabato, una ragazzina di appena 13 anni ha subìto una molestia sessuale da parte di un commesso

Torna dietro le sbarre il bengalese, reo confesso, accusato di violenza sessuale su una tredicenne a Torino a fine agosto, quando aveva palpato la ragazzina in un minimarket. L’uomo, che ha un permesso di soggiorno per protezione speciale, era stato scarcerato dalla gip di Torino nonostante la stessa giudice, nell’ordinanza, avesse scritto che il 42enne aveva mostrato «difficoltà a contenere i propri impulsi». Era però bastato a lasciarlo a piede libero il fatto che lo straniero si fosse detto pentito e che avesse collaborato alle indagini, fornendo tra l’altro i video che immortalavano la violenza. Per lui era stato disposto solo l’obbligo di firma, e la notizia - oltre al ricorso della stessa procura - aveva innescato roventi polemiche.

Da parte dell’esecutivo c’era stata la dura presa di posizione della premier Giorgia Meloni, l’invio a Torino degli ispettori di via Arenula da parte del Guardasigilli Nordio e l’annuncio del ministro dell’Interno Piantedosi di una possibile revoca della protezione speciale, ma anche il Pd aveva annunciato una interrogazione parlamentare sulla questione. Poi, ieri, la decisione del Riesame che ha ribaltato l’ordinanza del gip.

Stabilendo che per il bengalese è necessaria la custodia cautelare in carcere. Insomma, non bastava una firma al giorno per i giudici torinesi, che hanno impiegato meno di ventiquattr’ore per accogliere il ricorso della pm Eleonora Sciorella, anche se per conoscere le motivazioni bisognerà attendere probabilmente il mese prossimo.

È l’ultimo colpo di scena in ordine di tempo della vicenda cominciata il 28 agosto nel minimarket di via Breglio, nella periferia nord di Torino, dove lavora il bengalese. Quel giorno, come detto, le telecamere antitaccheggio del negozio riprendono le molestie e la violenza del quarantaduenne. Immortalandolo prima mentre allunga le mani su una cliente adulta, che si sottrae alle attenzioni ed esce dal locale, e che non sarebbe ancora stata identificata. E poi, una quarantina di minuti dopo, filmando l’uomo che abbraccia una ragazzina di 13 anni entrata per acquistare dei succhi di frutta per i fratelli per poi palpeggiarle il seno. È stata la ragazza, terrorizzata, a chiedere aiuto alla mamma e a fare intervenire la polizia.

Scatta il fermo, l’uomo come detto confessa subito tutto. Si dice pentito, spiega di aver agito dopo aver bevuto.

Ma una volta scarcerato dalla gip piemontese per la sua «resipiscenza», scivola malamente davanti alle telecamere di Quarta Repubblica, rimangiandosi il presunto pentimento e sostenendo di non aver «fatto niente di sbagliato». L’altro giorno, alla vigilia del Riesame, l’ultimo cambio di registro per lo straniero, che tramite la sua legale si era detto dispiaciuto, annunciando l’intenzione di cambiare lavoro per evitare il contatto con il pubblico e dichiarandosi disponibile a intraprendere un percorso per uomini maltrattanti. Dichiarazioni che però non sono bastate a evitare il carcere, vista la scelta del Riesame, che ha accolto il ricorso della procura torinese contro la decisione del Gip. Domani, peraltro, era già in calendario un’altra udienza davanti al Riesame, questa volta sul ricorso che aveva presentato la difesa contro l’ordinanza originaria della gip, chiedendo addirittura di revocare del tutto o quantomeno di alleggerire l’obbligo di firma. Un ricorso superato però dai fatti, visto che l’indagato adesso deve tornare in carcere.

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