Perché una cosa è il razzismo, ben altro è difendere il Paese da pericolose infiltrazioni nelle sue strutture strategiche che sono sempre più a rischio. E così non sembrava poi così assurdo l’ossequio del ministero della Difesa al Dpcm del 1994 che richiede la cittadinanza italiana per lavorare alla Difesa, Esteri, Presidenza del Consiglio, Interni, Economia. Non che questa sia una garanzia assoluta, ma è almeno una buona norma di prudenza, quando ai conflitti tradizionali oggi si sovrappone la ben più letale guerra ibrida.
Ma, ancora una volta, ad andare contro il buon senso, è il tribunale di Milano che nella sua Sezione lavoro ha dichiarato discriminatorio il requisito richiesto dal Ministero della Difesa, come risulta dal dispositivo della sentenza. E così per la prima volta «i cittadini stranieri potranno essere ammessi a svolgere attività lavorative alle dipendenze del Ministero della Difesa con mansioni quali quelle di cuoco, meccanico, assistente sanitario, informatico, edile e tecnici di vario genere», hanno esultato le associazioni Avvocati per niente, Studi giuridici sull’immigrazione e Cgil Lombardia di fronte all’annullamento del concorso pubblico per il reclutamento di 1.100 unità di personale non dirigenziale. Tralasciando di sottolineare come a fianco di mansioni come quella di cuoco o meccanico forse considerate scarsamente a rischio, ci sono le funzioni di tecnico e tecnico informatico che meritano maggiore attenzione.
Anche perché, nello stesso dispositivo depositato dalla giudice Francesca Saioni, si chiede al ministero della Difesa di aprire l’accesso al concorso per assistenti, «fermi restando gli ulteriori requisiti, anche ai cittadini dell’Unione europea e a quelli di Paesi terzi familiari di cittadini Ue, titolari di permesso di soggiorno per lungo soggiornanti o per protezione internazionale». Disponendo la riapertura del concorso, le cui prove scritte il ministero aveva già svolto, entro tre giorni, «pena il pagamento di 100 euro per ogni giorno di ritardo».
E, quindi, secondo il Tribunale di Milano le porte di un ganglio vitale come il ministero della Difesa, vanno aperte agli stranieri, compresi i titolari di permesso di soggiorno per lungo soggiornanti o per protezione internazionale. E qui non è questione di razzismo o discriminazione etnica, perché basta leggere le cronache per vedere quanti pericolosi soggetti legati al terrorismo internazionale (molto spesso islamico) si nascondano proprio in queste categorie di persone. Che forse sarebbe meglio tenere ben lontane dal nostro ministero della Difesa e da altri luoghi delicati dell’amministrazione.
