Mentre Londra ha ratificato per legge decine di Sharia Councils ed esternalizzato pezzi di giustizia attraverso l’Arbitration Act, l’Italia si illude ancora che l’articolo 102 della Costituzione che attribuisce la giurisdizione unicamente allo Stato sia uno scudo impenetrabile. Le informative e i report investigativi della Digos nelle Grandi Aree Metropolitane raccontano una realtà diversa. Nei quartieri di Milano, Roma, Torino, Brescia o Bologna, tra le pieghe di moschee di periferia e centri culturali islamici, la Sharia ha già piantato le sue radici. Negli scantinati delle nostre città, l’imam o il consiglio degli anziani si sostituisce al giudice togato in veri e propri processi informali. I verdetti hanno un peso coercitivo rilevante: le risultanze investigative confermano che la disobbedienza non comporta una reprimenda morale, ma il concreto rischio di espulsione sociale, gogna, boicottaggio economico e isolamento dalla comunità.
Questa giustizia parallela assume forme diverse a seconda della componente etnica. Nella comunità bengalese a Roma, Milano e nell’area tra Venezia e Monfalcone, operano i Panchayat, i tradizionali consigli di villaggio. Sono loro a dirimere controversie commerciali, debiti o a gestire le dinamiche dei matrimoni combinati. Tra i gruppi magrebini la pressione si concentra sul diritto di famiglia: molte coppie si rivolgono all’imam per il divorzio islamico o per la custodia dei figli, vanificando così le sentenze dei tribunali civili italiani pur di rimanere conformi alle norme dei Paesi d’origine.
La situazione diventa critica quando il dogma si scontra con le libertà individuali, come testimoniano i casi di Hina Saleem a Brescia o di Saman Abbas a Novellara, uccise per aver rifiutato matrimoni combinati e scelto uno stile di vita occidentale. Lo Stato ha cercato di intervenire sul piano legislativo introducendo nel Codice Rosso il reato di costrizione al matrimonio, ma l’universo del sommerso rimane vasto.
Nelle aule di giustizia, la Corte di Cassazione prova a fare da argine, ribadendo che il ripudio unilaterale è incostituzionale, che la custodia dei figli non spetta di diritto al padre e che non sussiste alcuna «scriminante culturale» per attenuare i reati di violenza. La sfida si gioca tuttavia al di fuori dei palazzi di giustizia, nel silenzio di donne che rinunciano alle tutele legali e al mantenimento pur di ottenere il divorzio confessionale ed evitare l’emarginazione. Si consolida così un sistema informale che crea zone grigie in cui l’applicazione della legge dello Stato incontra limiti religiosi.
