A più di trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, la ricerca delle ragioni che portarono Cosa nostra ad accelerare l’eliminazione dei due eroici giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino continua a misurarsi con interrogativi mai definitivamente risolti. I processi hanno accertato una parte rilevante delle responsabilità mafiose e ricostruito diversi passaggi della deliberazione e dell’esecuzione delle stragi che non includono certo il ruolo di Berlusconi o della destra tra i mandanti. Restano, infatti, aperte questioni decisive sul contesto nel quale quelle decisioni maturarono, sulle ragioni dell’accelerazione stragista e sull’eventuale convergenza di interessi ulteriori rispetto a quelli di Cosa nostra. Il mondo paramafioso ha certamente inciso, ma quanto? E in che modo? Ma, soprattutto, hanno giocato un ruolo decisivo proprio coloro che si fingevano amici dei due martiri?
A fornire delle risposte sono le 389 pagine che contengono la richiesta d’archiviazione, firmata dal Procuratore di Caltanissetta Salvo De Luca, del cosiddetto procedimento «Mafia appalti» come concausa delle stragi del 1992. La Procura si concentra molto sul periodo giugno 1990-settembre 1992, cioè sulla Procura di Palermo guidata da Pietro Giammanco.
A pagina 85 viene messo a fuoco un elemento centrale, che molti ancora fingono
di ignorare, ovvero l’isolamento di Falcone e Borsellino: la Procura sostiene che i due finirono per apparire, agli occhi di Cosa nostra, come i magistrati realmente capaci di penetrare quel sistema. Una pericolosità amplificata dalla percezione che non tutto l’Ufficio avrebbe perseguito con identica determinazione quella linea investigativa. La richiesta dedica, infatti, ampio spazio all’amicizia tra Giammanco e l’esponente DC Mario D’Acquisto: che percezione poteva generare all’esterno quel rapporto in un contesto come quello palermitano? Molti magistrati sentiti dal Csm nel luglio 1992 giudicarono pubblicamente problematica quella vicinanza. A correre in soccorso a Giammanco ci fu l’attuale senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato. Davanti al Consiglio sosteneva che l’amicizia personale fosse cosa nota e aggiungeva: «Io sono assolutamente sicuro, ci metto la mano sul fuoco, che i rapporti di allora tra Giammanco con D’acquisto si sono sempre limitati a rapporti personali di amicizia che non hanno avuto nessuna interferenza sull’ufficio». Ne faceva quindi solo una questione di opportunità: «Il problema è che a Palermo è sconveniente esibire questo rapporto, e direi di più, difendere questo rapporto». Un ruolo, quello di Scarpinato, che il pentastellato continua a non chiarire, senza fornire spiegazioni circa le intercettazioni con l’allora membro del pool antimafia Gioacchino Natoli, oggi sotto inchiesta,
in cui concordava gli argomenti in vista della sua audizione in Commissione Antimafia. Ma c’è di più perché, come emerge dalle carte, tra i due ci fu anche un incontro: «Tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, in vista di una probabile sua audizione innanzi alla commissione antimafia, Gioacchino Natoli interloquì con il procuratore della Repubblica di Palermo e con personale della sua segreteria al fine di recuperare, come suggeritogli dal senatore Roberto Scarpinato (con il quale si era effettivamente incontrato in data 31 agosto 2023, durante una cena), gli atti inerenti al procedimento Massa Carrara». Consigli, domande, suggerimenti. Un isolamento, quello dei giudici, che è bene ricordare attraverso le parole della vedova del magistrato, Agnese Borsellino Piraimo: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta. In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo».