L’inchiesta sui medici di Ravenna arriva a una svolta e cambia dimensione, diventando un sistema come fin dall’inizio Il Giornale aveva raccontato. Non più soltanto singoli certificati finiti sotto la lente degli investigatori, ma l’ipotesi dell’esistenza di una struttura organizzata dietro la documentazione sanitaria utilizzata per impedire i rimpatri. La Procura di Ravenna contesta il reato di associazione per delinquere nell’ambito dell’indagine che ieri ha portato alla perquisizione di 23 medici in diverse città italiane. Al centro del nuovo filone c’è Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni. È lui, tra i professionisti perquisiti, l’unico che allo stato risulta indagato, mentre le posizioni degli altri medici coinvolti sono ancora al vaglio degli inquirenti. Cocco viene considerato dagli investigatori una sorta di punto di riferimento per altri colleghi sul tema. Un ruolo che sarebbe emerso nel corso degli approfondimenti nati dall’indagine sull’ospedale di Ravenna, la stessa che aveva già portato all’adozione di misure cautelari. È seguendo quel filone che gli inquirenti avrebbero allargato progressivamente il perimetro degli accertamenti, arrivando a verificare rapporti, contatti e certificazioni riconducibili a professionisti operanti anche fuori dalla provincia ravennate. Secondo la Procura, infatti, dietro alcuni certificati falsi non ci sarebbero condotte isolate, ma un meccanismo più ampio.
A sostegno di tutto questo, si sono sollevate le associazioni antagoniste, che hanno organizzato un sit-in al grido di «Contro Cpr, razzismo e remigration. Solidali con le mediche sotto accusa». Oltre alla rete No Cpr, hanno aderito alla manifestazione anche: Mediterranea Saving Humans, la Ong dei migranti di Luca Casarini amata in Vaticano; Ya Basta, Labas - Municipio Sociale Autogestito; Offside Pescarola che si definisce «spazio antifascista, antirazzista e antisessista»; Municipio sociale Tpo; Laboratorio Salute popolare. Secondo Damiano Borin di Ya Basta, «è difficile non vedere un legame anche con quanto è successo qui a Bologna con Fakir. Il governo interviene in sempre più ambiti della società con una logica repressiva e di morte. E nessuno si può mettere in mezzo. Vediamo una recrudescenza». Ma l’inchiesta è emersa a marzo, prima del caso Fakir e, comunque, si tratta di un’accusa gravissima davanti al lavoro che sta svolgendo la Procura ravennate. Nel comunicato diramato dalle sigle, le perquisizioni vengono definite «un attacco gravissimo all’autonomia medica». Ma questo caso viene usato per perseguire anche un’altra battaglia ideologica che da tempo si combatte in alcune regioni rosse: «Non permetteremo che venga costruito un Cpr né in Emilia-Romagna né altrove».
Intanto Fratelli d’Italia ha annunciato un’interrogazione urgente alla giunta in Consiglio regionale «per sapere quale sia la posizione dell’Assessorato alle Politiche della Salute e quali provvedimenti si intendano adottare nei confronti del personale sanitario regionale coinvolto», spiega Marta Evangelisti capogruppo del partito in Regione, che chiede anche l’attivazione di un audit straordinario e un monitoraggio a tappeto in tutte le Asl del territorio.
