Mattone e conti esteri Cinque arresti a Milano

Le manette sono scattate nell’ambito dell’inchiesta sul quartiere Santa
Giulia in costruzione. Secondo la Procura dietro la bonifica dei
terreni c’era un giro di false fatturazioni, prestanome e depositi off
shore per ripulire denaro

Milano - Era stato lanciato come «uno dei più prestigiosi piani di valorizzazione di un’area ex-industriale». Doveva rappresentare «la creazione di una nuova città nella città di Milano». Santa Giulia, il quartiere sorto a pochi chilometri dal centro di Milano, è stato soprattutto un grande affare. In primo luogo per le imprese che hanno lavorato alla bonifica dell’area e che, secondo un’indagine del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano, si sono arricchite attraverso un giro di false fatturazioni finalizzate alla creazione di fondi neri all’estero per oltre venti milioni di euro. Cinque le persone arrestate ieri dalle Fiamme gialle (e due fermate), al termine di un’inchiesta coordinata dai pm Laura Pedio e Gaetano Ruta, e accusate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, appropriazione indebita, truffa e riciclaggio. Tra questi anche Giuseppe Grossi, titolare della «Green Holding», una delle più importanti società italiane nel campo delle bonifiche ambientali. Ma c’è dell’altro.

Perché ad arricchirsi sarebbe stato anche Luigi Zunino (finito nel registro degli indagati), fondatore del gruppo Risanamento Spa, che è proprietario del milione e 200mila metri quadrati su cui è stato edificato il nuovo polo urbanistico. Su un conto corrente aperto alla banca Bsi Sa di Lugano e intestato alla Lugton Llc, infatti, è stato versato più di un milione e mezzo di euro. Dietro la Lugton, secondo le Fiamme gialle, ci sarebbe Zunino. Gli investigatori lo scoprono aprendo un file nel computer di uno degli indagati. Alla voce «Nino» è segnata l’intermediazione. E «Nino», dicono gli inquirenti nei mesi scorsi, è Zunino. In breve, mentre il tribunale sta discutendo la procedura fallimentare del suo (ex) gruppo, si scopre che l’imprenditore si sarebbe arricchito diventando uno dei terminali del «sistema Grossi», grazie a una serie di operazioni finanziarie che avrebbero «munto» Risanamento da un lato, per arricchire il portafoglio privato del suo fondatore dall’altro.

Ma tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Fabrizio D’Arcangelo c’è anche Rosanna Gariboldi, da maggio 2006 assessore per il settore della organizzazione interna e delle relazioni esterne al comune di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, ex assessore alla Famiglia della Lombardia, ora parlamentare e vicecoordinatore nazionale del Pdl. Gariboldi, accusata di concorso in ricilaggio, secondo l’accusa era la titolare del conto corrente «Associati», attivo presso la banca Safra del Principato di Monaco. «Intestataria del conto - si legge nelle carte dei finanzieri - è Rosanna Gariboldi, mentre il marito Giancarlo Abelli figura titolare di un mandato come procuratore». Non risultano frequenti movimentazioni di denaro ma - insistono gli inquirenti - «appare singolare come entrate e uscite, sempre per importi di grande rilevanza, si vadano a incrociare con soggetti che presentano un significativo grado di anomalia». Su questo conto, sostengono infatti gli inquirenti, erano movimentati i fondi di pertinenza del gruppo Green Holding e - tra il 2007 e il 2008 - vengono registrati un accredito di mezzo milione di euro, e due addebiti per un totale di 632mila euro. Nelle settanta pagine di misura cautelare, il giudice D’Arcangelo parla anche della «vicinanza» tra Grossi e lo stesso Abelli, che allo stato non è indagato.

Tra i clienti di una delle sue società, la «Alfa Alfa Srl», compare infatti il nome del parlamentare. Nel dettaglio, secondo l’accusa, Abelli avrebbe beneficiato di una fuoriserie (una Porsche 911 coupé), dell’aereo personale di Grossi che, due volte alla settimana, veniva utilizzato per coprire la tratta Roma-Milano, e infine di un appartamento al quarto piano di uno stabile in città. «I fatti - scrive il giudice - appaiono estremamente gravi sia per la qualità dei soggetti coinvolti sia per la modalità di esecuzione del reato», perché Gariboldi «in ragione della propria qualifica intrattiene, o può comunque intrattenere, rapporti con Grossi e le società da questi gestite che per l’oggetto sociale necessitano di continui rapporti con organismi pubblici, centrali e periferici». Inoltre, il gip sottolinea «la sistematicità con la quale la Gariboldi, attraverso il conto Associati, ha ricevuto e trasferito denaro di provenienza illecita di Grossi e delle persone a lui vicine con una condotta delittuosa che si è perpetuata per ben sette anni, dal 2001 al 2008». Inoltre, «appare ulteriormente aggravato dalla circostanza che l’indagata risulta titolare di almeno un altro conto corrente in Svizzera, del quale allo stato nulla si conosce, ed attraverso il quale potrebbe continuare a svolgere il medesimo tipo di attività illecita».

Il «dominus» dell’intero castello resta Grossi, che - scrive il giudice - poteva anche contare su «relazioni di altissimo livello con esponenti del mondo politico e istituzionale». Per la Procura, la bonifica dell’area Santa Giulia gli ha fruttato qualcosa come 22 milioni di euro: soldi riciclati all’estero dall’avvocato svizzero di Grossi, Fabrizio Pessina, nel cui computer nei mesi scorsi è emersa una lista di 576 evasori, titolari di un patrimonio complessivo di 1,2 miliardi di euro. Ovviamente, off shore.

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